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domenica 28 novembre 2010

L'inizio della fine

I Domenica di Avvento

Iniziamo un nuovo anno. Domenica scorsa, con la solennità di Cristo Re dell'Universo, abbiamo concluso l'anno liturgico. Una tappa è finita e ne inizia una nuova. Un anno è passato -fra un mese terminerà anche l'anno civile portando con sé avvenimenti, cose, persone, passate anche loro. Definitivamente! Questo scorrere inesorabile dei nostri giorni che non torneranno mai più, è forse la cosa più misteriosa della vita, e, in genere non ci facciamo neanche caso.
Passiamo nel tempo e col tempo che lascia il segno incancellabile nella nostra vita, ma nessuno lo può fermare (si ha un bel cercare antidoti all'invecchiamento, ma finché non si riuscirà a fermare il tempo, non si fermerà neanche l'invecchiamento!).

- 1) In marcia verso dove?

Nessuno per quanto potente possa essere, potrà mai far tornare indietro il giorno di ieri che è passato! Questa nostra corsa nella vita e nel tempo ha un'unica e incontrovertibile direzione: va solo e sempre verso il futuro. Nel passato nessuno torna più (solo nei buchi neri, pare che il tempo vada all'indietro, ma bisogna ancora provare che esistono...).
Iniziamo dunque un nuovo anno liturgico e lo iniziamo con un discorso sulla fine. Di solito si comincia sempre con l'inizio, ma in questa prima domenica di Avvento, la liturgia ci fa iniziare dalla fine (fine dei tempi, ma anche fine della nostra vita).
L'apostolo Paolo raccomandava già ai cristiani di allora, di "aspettare la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, alfine di essere trovati irreprensibili nel giorno della sua venuta". Quel misteriosissimo ultimo giorno che i primi cristiani attendevano già come imminente e che noi, più di duemila anni dopo, rischiamo di non attendere più per niente!

• 2) Attenti alla smemoratezza!

Ma Gesù in questo Vangelo ci mette bene in guardia contro questa smemoratezza: "State attenti perché non sapete quando il padrone di casa tornerà". Perché ci ricorda la sua venuta finale fin dall'inizio? Anzitutto perché Avvento significa sia attesa che venuta, quindi dobbiamo sempre essere nell'attesa della Sua venuta, e poi per ricordarci che non dobbiamo aspettare che tutto sia finito per cominciare! Cominciare a convertirci, a cambiare vita, a non rimandare a un eterno domani -che forse non verrà mai- quello che dobbiamo fare oggi. "Vegliate perché non sapete quando il Signore vostro verrà". Gesù, qui, vuole attirare la nostra attenzione sull'unico avvenimento che, siamo certissimi, accadrà a tutti quanti e fisserà la nostra sorte eterna: quello di passare all'altra riva.
Gesù ci dice questo per ricordarci che dobbiamo impostare la nostra vita come un incontro con Qualcuno (e qualcuno che viene) e non come un'avventura solo nostra, da vivere senza far riferimento a Lui.
Quante volte Dio è venuto nella nostra vita, nell'anno appena trascorso? Quante volte abbiamo saputo riconoscerlo nei vari avvenimenti che hanno intessuto le nostre giornate, nei fatti che hanno scandito le nostre ore, negli incontri, le vicissitudini ecc. ecc.? Chiediamo occhi per vedere il passaggio di Dio nella nostra vita e riconoscerne gli annunci!
E non solo la vita va impostata come un incontro, ma anche e soprattutto la morte: allora tutti lo incontreremo; come Padre misericordioso chi lo avrà riconosciuto, e come giudice severo, chi non lo avrà accolto, perché la morte non è cadere nel nulla, ma essere davanti a Colui che ci ha tratti dal nulla, dal quale riceveremo il nostro destino eterno.

- 3) Mai più al nulla: "condannati" a vivere in eterno!

Dio ci ha tratti dal nulla una volta per tutte e al nulla non torneremo mai, mai più!
Felici o infelici siamo "condannati" ad esistere sempre. Anche per quelli che non ci credono quel "dopo" esisterà: non è il crederlo o meno che determina l'esistenza dell'eternità e delle realtà future, che esistono di per sé, indipendentemente dal fatto che uno ci creda o no. E non è distraendoci (il celebre "divertissement" pascaliano) e non pensandoci che le eviteremo, anzi! Eviteremo solo di prepararci ad esse con la stessa insensata illusione dello struzzo, che crede di evitare la realtà, tuffando la testa nella sabbia per non vederla. Gesù ci mette bene in guardia contro questa voluta indifferenza che potrebbe appesantire i nostri cuori e lasciarli andare alla deriva, o condurli addirittura sull'orlo dell'abisso. "Vigilate dunque perché (il padrone) non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. Vegliate vi dico!". Non sappiamo quindi il giorno e l'ora, ma sappiamo che verrà e che ci sarà un "dopo". E quel "dopo" dipenderà da come avremo vissuto "prima".
Pensare al nostro destino eterno, lungi dal costituire un'evasione dalla realtà o dal diminuire il nostro impegno presente, gli dà un senso e una portata infinitamente più grande. Tutto ciò che facciamo, anche solo dare un bicchier d'acqua, non ha solo quella portata temporale di un minuto, o dieci, o venti a seconda del tempo che ci impieghiamo per farlo, ma ha una portata eterna perché ci seguirà oltre i confini del tempo e dello spazio, e costruirà il nostro destino futuro. In bene o in male. "Venite a me, benedetti dal Padre mio, avevo sete e mi avete dato un bicchier d'acqua…" ma anche "Via da me maledetti"
Il bene che facciamo e le virtù che pratichiamo diventano "la figura della nostra immortalità" secondo quella bellissima espressione di san Giuseppe Moscati (eccelsa figura di medico laico, canonizzato nel 1987, che io ho scelto come…medico). Questo concetto lui lo applicava alla virtù della castità (ma si può applicare anche ad altre virtù che "dev'essere il nostro ornamento, il segno della nostra elezione a Lui, la figura della nostra immortalità. "Quale densità di significato acquista il nostro operare e il nostro bene agire. Se visto in questa ottica! Altro che evasione dal reale!
Apriamo con fiducia il nostro cuore al Signore che viene e allora secondo la bellissima frase del beato Isacco della Stella- "il Figlio di Dio crescerà in noi e diventerà quel gran sorriso e quella gioia perfetta che nessuno ci potrà togliere".

Wilma Chasseur 


sabato 27 novembre 2010

Non abortire!!!

Non farlo (Storia di un aborto) - Quinta parte

Continuiamo a leggere la testimonianza anonima di un aborto che invita alla riflessione all'esortazione più importante: "non farlo!". Oggi vediamo come il dono della vita si possa trasformare in un incubo mentre dovrebbe essere la gioia più grande di questo mondo. Verso la fine del testo, troverete una frase agghiacciante di una dottoressa, una frase che dimostra il livello di insensibilità raggiunto dall'uomo "moderno":


Aldilà di alcuni bei momenti isolati, le giornate erano lunghe e spesso difficili accanto a lui… Ma entrambi desideravamo trovare una soluzione illuminante e definitiva ai nostri problemi, che non fosse quella di troncare la nostra storia. Eravamo, infatti, convinti (certamente in modi diversi) di voler stare insieme e di salvare il nostro rapporto…
Una sera lui mi fece un discorso particolare. Mi disse che mi voleva bene sul serio, aldilà delle nostre “incomprensioni”. Mi disse che saremmo comunque rimasti insieme, che non ci saremmo lasciati in nessun caso, e che sentiva l’esigenza di trovare un modo che ci garantisse di restare uniti, nonostante le liti, perché non voleva perdermi. Mi chiese di provare ad avere un figlio.

Ero felice, mi sembrava la soluzione ai nostri problemi. Mi sembrava la via di salvezza, il miracolo che ci avrebbe unito per sempre. Non capivo quanto fosse pericoloso tutto questo. Non capivo e non vedevo il
male che avrei potuto procurare a me stessa, a Marco e soprattutto a quella creatura che il nostro "io" aveva pensato di chiamare in causa, come se potesse, in qualche modo, risolvere dei problemi in realtà senza via d’uscita. Decidemmo quindi di smettere di prendere precauzioni.
Per un brevissimo periodo, quella nuova complicità ci avvicinò, regalandoci sensazioni profonde e molto dolci; delle vive speranze per un futuro certamente migliore…sereno, felice, che ci avrebbe fatto dimenticare il periodo burrascoso che stavamo attraversando.
Continuammo a vederci per altri due mesi circa, avanzando faticosamente tra alti e bassi. Sperando entrambi che da un momento all’altro sarebbe arrivato dal cielo un segno: una benedizione "divina" al nostro amore.
Ma in realtà nulla era cambiato. Eravamo stufi della situazione, stremati. L’uno dalla rabbia mista a malinconia e l’altra, dalle liti violente seguite dagli opprimenti silenzi senza fine.
Ricordo con disgusto serate, all’origine quasi piacevoli, che poi si trasformavano inspiegabilmente in un incubo. Momenti di allegria tramutati, chissà come, anche solo per una banalissima frase equivocata, in ore drammatiche in cui si litigava violentemente. Si degenerava poi con offese verbali da parte di entrambi, e purtroppo talvolta anche fisiche da parte di Marco, quando nei suoi occhi scorgevo una luce iraconda che non trovava via d’uscita se non attraverso scatti di aggressività fuori controllo.
Una volta mi è capitato di ricevere un ceffone da lui, di essere strattonata e gettata per terra. In quel momento l'ho odiato profondamente, ma in quegli istanti capivo anche che razza di mostro avessi al mio fianco, che persona insensibile e manesca fosse in realtà.
Disprezzavo lui e anche me stessa attraverso il suo vile comportamento. Mi ripetevo che se gli permettevo di trattarmi così, era perché sapevo di non meritare di meglio… La già delicata stima che avevo di me, mi abbandonava lentamente.
Qualche volta ricevevo delle scuse, e qualche volta mi sentivo ancora più umiliata quando mi sentivo biasimare per giunta. Mi intimava di non perdermi in inutili piagnistei, di non farla troppo lunga, perché <>, che io stavo ingigantendo senza motivazioni valide.
Ricordo perfettamente l’episodio squallido che non riuscirò mai a dimenticare, in cui, durante “un’accesa discussione”, mi diede uno spintone così forte da farmi cadere per terra. Ricordo il suo sguardo glaciale che mi fissava, e la sua voce che quasi mi scherniva, accusandomi di non essere in grado neppure di reggermi in piedi.
Adorto - Movimento nazionale per la famiglia e la vita
Ma che razza di amore era mai questo? Dov’era la felicità che avevo sognato da sempre, come qualunque adolescente che poi si ritrova inaspettatamente donna?
Mi fu fin troppo chiaro, a quel punto, quanto fosse stato pericoloso idealizzarlo. Marco non assomigliava affatto all’uomo dolce e premuroso che avevo sempre desiderato, e avevo sognato di trovare in lui, guardandolo negli occhi per la prima volta.

Arrivò purtroppo il giorno in cui una delle nostre numerose liti ci portò alla rottura. Parole troppo offensive erano state pronunciate, accuse troppo pesanti e ingiuste erano state lanciate, senza alcun rispetto da parte di
entrambi…
Ci lasciammo.
Ero arrabbiatissima con Marco, non potevo perdonarlo per tutto il dolore che mi aveva causato, e certamente anche lui provava la mia stessa sensazione di tradimento, di abbandono, di delusione per una storia alla quale in fondo tenevamo entrambi…
Sconvolta com’ero, nelle settimane a seguire non mi resi neppure conto di aver avuto un ritardo. E ogni volta che mi balenava un pensiero per la mente, lo rifiutavo, lo scacciavo, o semplicemente lo sottovalutavo; come se, attraverso il mio atteggiamento, avessi potuto ricacciare indietro la realtà che si presentava davanti ai miei occhi, o avessi potuto cancellare ogni sorta di dubbio e timore.
Trascorsero alcune settimane, durante le quali non feci altro che piangere e soffrire tremendamente a causa di Marco e della sua indifferenza. L’orgoglio ferito di entrambi ci teneva rigorosamente lontani, come non ci fossimo mai conosciuti. Lui non mi cercava e io non lo cercavo. Da parte mia ricordo solo un fortissimo desiderio di vendetta nei suoi confronti. Non volevo vederlo mai più, a costo di soffrire per chissà quanto tempo. Non mi importava di lui, perché lui non mi meritava, o meglio: io meritavo una persona migliore, che mi
rispettasse e che mi sapesse dare amore e tenerezza. Non una persona insensibile e cinica che mi procurasse rabbia e dolore infiniti. Un brutto giorno mi svegliai con un pensiero che mi ridestò improvvisamente.
Mi scosse così tanto da farmi balzare giù dal letto e farmi correre in farmacia.
Tutti quegli strani sintomi che avevo deliberatamente sottovalutato, d’improvviso formavano a chiare lettere la parola “angoscia”. La sensazione di rigurgito che provavo sempre più spesso, la stanchezza persistente che
avvertivo durante la giornata, e quello strano tipo di mal di testa, che non avevo mai provato prima, mi indussero a preoccuparmi seriamente. Alla preoccupazione seguì la disperazione più grande: l’obbligo di scegliere, di prendere una decisione così importante in così poco tempo, se le mie preoccupazioni fossero state fondate. E poi il senso di solitudine che mi annebbiava la mente…mi sentivo sola e abbandonata ad un destino
incredibilmente spietato. Mi vergognavo della situazione in cui mi ero ritrovata, avevo bisogno di parlare con qualcuno, ma non ne avevo il coraggio. Non potevo parlarne con mia madre, né tantomeno con le amiche, delle quali sapevo che non mi sarei potuta fidare. Ero completamente sola. L’idea di parlare con Marco, prima di essere certa di ciò che stava accadendo, non mi passava neppure per la mente. Se il nostro sogno era diventato il mio privato incubo, era soltanto per colpa sua.
Tormentata dall’angoscia di non sapere, terrorizzata all’idea di sapere che ero realmente incinta di questa persona spregevole, presi la macchina, decisi di andare in un paese vicino al mio, e cercare una farmacia. Quando vi entrai chiesi quale fosse il modo più sicuro per sapere se fosse in corso una gravidanza: mi dissero che la certezza assoluta avrei potuto averla solo attraverso le analisi del sangue. Ringraziai con la voce tremante e andai a cercare un laboratorio di analisi, dove mi fu detto di presentarmi la mattina successiva, a stomaco vuoto per poter fare il prelievo. Uscii trattenendo a fatica le lacrime. Dovevo attendere ancora, e logorarmi all’idea che avrei dovuto decidere tutto troppo in fretta, e soprattutto senza poter chiedere aiuto a
nessuno.

Il pomeriggio andai in Chiesa, mi inginocchiai davanti alla statua di Gesù Cristo, e pregai tanto, affinché tutto quello spavento si fosse miracolosamente rivelato un falso timore, una grande paura e niente di più.
Perché se non fosse stato così, come avrei potuto avere un figlio da un uomo così squallido? Così bugiardo, disonesto, violento… non poteva essere vero, la vita non poteva avermi giocato uno scherzo così crudele…
La sera mi misi a letto. Sfinita dal dolore e dalla stanchezza, provai a dormire, ad essere ottimista, ad evitare pensieri angoscianti, distruttivi, ma non ci riuscii. Dormii complessivamente per un’ora, forse anche meno. Di Marco non c’era alcuna traccia.
Il mattino seguente, con un nodo alla gola, mi alzai, mi vestii e mi diressi nuovamente al laboratorio di analisi. La dottoressa cercò di tranquillizzarmi, mi disse che “in un modo o nell’altro” tutto si sarebbe sistemato. Quella fu una delle frasi più spietate, che mi sia mai stata detta. Non la dimenticherò mai. Mi fece il prelievo e poi mi congedò, dicendomi che avrei potuto ritirare l’esito delle analisi già il pomeriggio del giorno dopo.
Quelle ore durarono un’eternità, ma quando arrivò il momento di sapere, mi sembrò che fossero volate.
Le ritirai, ma non ero lucida al punto di capire cosa significassero quelle cifre: chiesi un chiarimento.
La dottoressa mi disse che l’esito era positivo: ero incinta di sei settimane.

venerdì 26 novembre 2010

Gruppo di preghiera di Padre Pio

Padre Pio - Sulla soglia del Paradiso - Diciottesimo appuntamento

Torna l'appuntamento con la biografia che tratteggia un'inedita "storia di Padre Pio raccontata dai suoi amici: "Sulla Soglia del Paradiso" di Gaeta Saverio. Oggi guardiamo l'origine dei Gruppi di preghiera che ancora oggi, si riuniscono nelle nostre Parrocchie:

VI
Figli spirituali e Gruppi di preghiera

Il rigoglioso albero della preghiera
Nel 1942 papa Pio XII, angosciato dalla tragedia della guerra in corso, rivolse ai cattolici una pressante richiesta: «Nell'ardua lotta fra il bene e il male, fra Dio e satana, abbiamo bisogno di forti e serrate falangi di uomini e di giovani che preghino». Queste parole si stamparono nel cuore di Padre Pio, che immediatamente riunì alcuni figli spirituali dicendo:

«Diamoci da fare, rimbocchiamoci le maniche, rispondiamo noi per primi». Nacquero così i primi virgulti di quelli che, a partire dal 1950, si chiameranno Gruppi di preghiera.

All'inizio i Gruppi si diffusero spontaneamente, per iniziativa di qualche devoto del Padre. Nell'agosto 1950 ne venne sollecitata la costituzione dovunque fosse possibile e si definì anche la loro identità: «Gruppi di fedeli che periodicamente si riuniscono con l'assistenza del sacerdote in una chiesa, per pregare in comunione, seguendo gli orientamenti impartiti dal Sommo Pontefice. Tali riunioni hanno la finalità di elevare la formazione spirituale dei partecipanti e di rinnovare la vita cristiana nei fratelli, mediante la preghiera collettiva e liturgica».

Il 5 maggio 1956, in coincidenza con l'inaugurazione della Casa Sollievo della Sofferenza, si tenne a San Giovanni Rotondo il primo convegno internazionale dei Gruppi di preghiera. Venne presentata la bozza del regolamento (il 4 maggio 1986 è entrato in vigore il definitivo statuto, approvato dalla Santa Sede), dove si indicavano i quattro obiettivi degli incontri in parrocchia: «Elevare preghiere impetratorie alla Divina Misericordia; partecipare al sacrificio della Messa, durante il quale Gesù trasmette i misteri del suo amore sull'umanità; adorare il santissimo Sacramento e recitare il santo Rosario; vivere sempre in grazia di Dio, cioè essere veri cristiani».

In generale, i vescovi apprezzavano la presenza dei Gruppi di preghiera nelle proprie diocesi e si adoperavano per favorirne la costituzione. Un'eccezione fu il vescovo di Padova, il cappuccino Girolamo Bortignon, che nel 1959 negò l'autorizzazione «per il motivo che in questo movimento, come è attuato in diocesi, si riscontrano degli atteggiamenti equivoci, delle manifestazioni esagerate e delle affermazioni strane». A pagarne le conseguenze furono in particolare i sacerdoti Nello Castello e Attilio Negrisolo, che vennero sospesi a divinis per la loro fedeltà a Padre Pio e che dovettero attendere una decina d'anni prima di essere reintegrati nel ministero dalla Santa Sede.

Il 31luglio 1968 la Congregazione dei Religiosi e degli Istituti secolari affidò il coordinamento generale dei Gruppi di preghiera al padre Guardiano del convento di San Giovanni Rotondo. Comunicando tale notizia a Padre Pio, il padre Provinciale precisò che «la decisione del Sacro Dicastero vale per me come un riconoscimento pontificio alla provvida iniziativa della paternità vostra in favore della preghiera comunitaria». Poche settimane più tardi, dal 19 al 22 settembre, il secondo convegno internazionale si trasformò nell'incontro d'addio con il fondatore, un toccante momento nel quale Padre Pio stesso poté verificare che il seme da lui piantato era divenuto un rigoglioso albero.
 

giovedì 25 novembre 2010

Santa Caterina da Siena

Udienza Generale Papa Benedetto XVI - 24 Novembre 2010


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 24 novembre 2010
 

Santa Caterina da Siena

Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi vorrei parlarvi di una donna che ha avuto un ruolo eminente nella storia della Chiesa. Si tratta di santa Caterina da Siena. Il secolo in cui visse - il quattordicesimo - fu un’epoca travagliata per la vita della Chiesa e dell’intero tessuto sociale in Italia e in Europa. Tuttavia, anche nei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non cessa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Sante che scuotano le menti e i cuori provocando conversione e rinnovamento. Caterina è una di queste e ancor oggi ella ci parla e ci sospinge a camminare con coraggio verso la santità per essere in modo sempre più pieno discepoli del Signore.

Nata a Siena, nel 1347, in una famiglia molto numerosa, morì nella sua città natale, nel 1380. All’età di 16 anni, spinta da una visione di san Domenico, entrò nel Terz’Ordine Domenicano, nel ramo femminile detto delle Mantellate. Rimanendo in famiglia, confermò il voto di verginità fatto privatamente quando era ancora un’adolescente, si dedicò alla preghiera, alla penitenza, alle opere di carità, soprattutto a beneficio degli ammalati.

Quando la fama della sua santità si diffuse, fu protagonista di un’intensa attività di consiglio spirituale nei confronti di ogni categoria di persone: nobili e uomini politici, artisti e gente del popolo, persone consacrate, ecclesiastici, compreso il Papa Gregorio XI che in quel periodo risiedeva ad Avignone e che Caterina esortò energicamente ed efficacemente a fare ritorno a Roma. Viaggiò molto per sollecitare la riforma interiore della Chiesa e per favorire la pace tra gli Stati: anche per questo motivo il Venerabile Giovanni Paolo II la volle dichiarare Compatrona d’Europa: il Vecchio Continente non dimentichi mai le radici cristiane che sono alla base del suo cammino e continui ad attingere dal Vangelo i valori fondamentali che assicurano la giustizia e la concordia.

Caterina soffrì tanto, come molti Santi. Qualcuno pensò addirittura che si dovesse diffidare di lei al punto che, nel 1374, sei anni prima della morte, il capitolo generale dei Domenicani la convocò a Firenze per interrogarla. Le misero accanto un frate dotto ed umile, Raimondo da Capua, futuro Maestro Generale dell’Ordine. Divenuto suo confessore e anche suo “figlio spirituale”, scrisse una prima biografia completa della Santa. Fu canonizzata nel 1461.

La dottrina di Caterina, che apprese a leggere con fatica e imparò a scrivere quando era già adulta, è contenuta ne Il Dialogo della Divina Provvidenza ovvero Libro della Divina Dottrina, un capolavoro della letteratura spirituale, nel suo Epistolario e nella raccolta delle Preghiere. Il suo insegnamento è dotato di una ricchezza tale che il Servo di Dio Paolo VI, nel 1970, la dichiarò Dottore della Chiesa, titolo che si aggiungeva a quello di Compatrona della città di Roma, per volere del Beato Pio IX, e di Patrona d’Italia, secondo la decisione del Venerabile Pio XII.

In una visione che mai più si cancellò dal cuore e dalla mente di Caterina, la Madonna la presentò a Gesù che le donò uno splendido anello, dicendole: “Io, tuo Creatore e Salvatore, ti sposo nella fede, che conserverai sempre pura fino a quando celebrerai con me in cielo le tue nozze eterne” (Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Legenda maior, n. 115, Siena 1998). Quell’anello rimase visibile solo a lei. In questo episodio straordinario cogliamo il centro vitale della religiosità di Caterina e di ogni autentica spiritualità: il cristocentrismo. Cristo è per lei come lo sposo, con cui vi è un rapporto di intimità, di comunione e di fedeltà; è il bene amato sopra ogni altro bene.

Questa unione profonda con il Signore è illustrata da un altro episodio della vita di questa insigne mistica: lo scambio del cuore. Secondo Raimondo da Capua, che trasmette le confidenze ricevute da Caterina, il Signore Gesù le apparve con in mano un cuore umano rosso splendente, le aprì il petto, ve lo introdusse e disse: “Carissima figliola, come l’altro giorno presi il tuo cuore che tu mi offrivi, ecco che ora ti do il mio, e d’ora innanzi starà al posto che occupava il tuo” (ibid.). Caterina ha vissuto veramente le parole di san Paolo, “… non vivo io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

Come la santa senese, ogni credente sente il bisogno di uniformarsi ai sentimenti del Cuore di Cristo per amare Dio e il prossimo come Cristo stesso ama. E noi tutti possiamo lasciarci trasformare il cuore ed imparare ad amare come Cristo, in una familiarità con Lui nutrita dalla preghiera, dalla meditazione sulla Parola di Dio e dai Sacramenti, soprattutto ricevendo frequentemente e con devozione la santa Comunione. Anche Caterina appartiene a quella schiera di santi eucaristici con cui ho voluto concludere la mia Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis (cfr n. 94). Cari fratelli e sorelle, l’Eucaristia è uno straordinario dono di amore che Dio ci rinnova continuamente per nutrire il nostro cammino di fede, rinvigorire la nostra speranza, infiammare la nostra carità, per renderci sempre più simili a Lui.

Attorno ad una personalità così forte e autentica si andò costituendo una vera e propria famiglia spirituale. Si trattava di persone affascinate dall’autorevolezza morale di questa giovane donna di elevatissimo livello di vita, e talvolta impressionate anche dai fenomeni mistici cui assistevano, come le frequenti estasi. Molti si misero al suo servizio e soprattutto considerarono un privilegio essere guidati spiritualmente da Caterina. La chiamavano “mamma”, poiché come figli spirituali da lei attingevano il nutrimento dello spirito.

Anche oggi la Chiesa riceve un grande beneficio dall’esercizio della maternità spirituale di tante donne, consacrate e laiche, che alimentano nelle anime il pensiero per Dio, rafforzano la fede della gente e orientano la vita cristiana verso vette sempre più elevate. “Figlio vi dico e vi chiamo - scrive Caterina rivolgendosi ad uno dei suoi figli spirituali, il certosino Giovanni Sabatini -, in quanto io vi partorisco per continue orazioni e desiderio nel cospetto di Dio, così come una madre partorisce il figlio” (Epistolario, Lettera n. 141: A don Giovanni de’ Sabbatini). Al frate domenicano Bartolomeo de Dominici era solita indirizzarsi con queste parole: “Dilettissimo e carissimo fratello e figliolo in Cristo dolce Gesù”.

Un altro tratto della spiritualità di Caterina è legato al dono delle lacrime. Esse esprimono una sensibilità squisita e profonda, capacità di commozione e di tenerezza. Non pochi Santi hanno avuto il dono delle lacrime, rinnovando l’emozione di Gesù stesso, che non ha trattenuto e nascosto il suo pianto dinanzi al sepolcro dell’amico Lazzaro e al dolore di Maria e di Marta, e alla vista di Gerusalemme, nei suoi ultimi giorni terreni. Secondo Caterina, le lacrime dei Santi si mescolano al Sangue di Cristo, di cui ella ha parlato con toni vibranti e con immagini simboliche molto efficaci: “Abbiate memoria di Cristo crocifisso, Dio e uomo (…). Ponetevi per obietto Cristo crocifisso, nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso, annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso” (Epistolario, Lettera n. 16: Ad uno il cui nome si tace).

Qui possiamo comprendere perché Caterina, pur consapevole delle manchevolezze umane dei sacerdoti, abbia sempre avuto una grandissima riverenza per essi: essi dispensano, attraverso i Sacramenti e la Parola, la forza salvifica del Sangue di Cristo. La Santa senese ha invitato sempre i sacri ministri, anche il Papa, che chiamava “dolce Cristo in terra”, ad essere fedeli alle loro responsabilità, mossa sempre e solo dal suo amore profondo e costante per la Chiesa. Prima di morire disse: “Partendomi dal corpo io, in verità, ho consumato e dato la vita nella Chiesa e per la Chiesa Santa, la quale cosa mi è singolarissima grazia” (Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Legenda maior, n. 363).

Da santa Caterina, dunque, noi apprendiamo la scienza più sublime: conoscere ed amare Gesù Cristo e la sua Chiesa. Nel Dialogo della Divina Provvidenza, ella, con un’immagine singolare, descrive Cristo come un ponte lanciato tra il cielo e la terra. Esso è formato da tre scaloni costituiti dai piedi, dal costato e dalla bocca di Gesù. Elevandosi attraverso questi scaloni, l’anima passa attraverso le tre tappe di ogni via di santificazione: il distacco dal peccato, la pratica della virtù e dell’amore, l’unione dolce e affettuosa con Dio.

Cari fratelli e sorelle, impariamo da santa Caterina ad amare con coraggio, in modo intenso e sincero, Cristo e la Chiesa. Facciamo nostre perciò le parole di santa Caterina che leggiamo nel Dialogo della Divina Provvidenza, a conclusione del capitolo che parla di Cristo-ponte: “Per misericordia ci hai lavati nel Sangue, per misericordia volesti conversare con le creature. O Pazzo d’amore! Non ti bastò incarnarti, ma volesti anche morire! (...) O misericordia! Il cuore mi si affoga nel pensare a te: ché dovunque io mi volga a pensare, non trovo che misericordia” (cap. 30, pp. 79-80). Grazie.

[Saluti in varie lingue]

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i partecipanti al convegno promosso dal Movimento Apostolico e li esorto a proseguire nel cammino della santità personale, punto di partenza di ogni evangelizzazione. Saluto i fedeli di Troina ed auspico che, sull’esempio del patrono S. Silvestro ciascuno possa aderire sempre più generosamente a Cristo e al suo Vangelo. Saluto i rappresentanti della Città di Cervia, accompagnati dal loro Vescovo Mons. Giuseppe Verucchi, e li ringrazio per il tradizionale omaggio di un prodotto tipico della loro terra.

Rivolgo, infine, il mio cordiale saluto ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi, ricordando Sant'Andrea Dung-Lac e compagni, martiri vietnamiti, invito voi, cari giovani, ad essere intrepidi nel testimoniare i valori cristiani, rimanendo sempre fedeli al Signore; esorto voi, cari ammalati, a saper accogliere con sereno abbandono quanto il Signore dona in ogni situazione della vita; auguro a voi, cari sposi novelli, di formare una famiglia veramente cristiana, attingendo la forza necessaria per realizzare tale progetto dalla Parola di Dio e dall'Eucaristia.

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