Pages

sabato 7 maggio 2011

In difesa della vita - Evangelium vitae - XI

Torna l'appuntamento con la Lettera Enciclica "Evangelium vitae", in difesa della vita. Oggi il Beato Giovanni Paolo II si sofferma sul valore della vita a cui è stato dato un nuovo senso proprio da Gesù che non solo ha vissuto la nostra stessa vita umana, condividendone gioie e dolori, ma ha anche sempre risanato tutti coloro che ne avevano bisogno, dimostrando l'incredibile valore dell'esistenza umana. Tal senso ha raggiunto il suo compimento finale nel momento in cui Gesù ha donato la sua vita per darci la vita eterna: ora, noi sappiamo che la nostra vita ha un valore ancora maggiore e che essa ci darà la possibilità di poter entrare nella Beatitudine eterna:

SONO VENUTO PERCHE’ ABBIANO LA VITA

«Il nome di Gesù ha dato vigore a questo uomo» (At 3, 16): nella precarietà dell'esistenza umana Gesù porta a compimento il senso della vita 32. L'esperienza del popolo dell'Alleanza si rinnova in quella di tutti i «poveri» che incontrano Gesù di Nazaret. Come già il Dio «amante della vita» (Sap 11, 26) aveva rassicurato Israele in mezzo ai pericoli, così ora il Figlio di Dio, a quanti si sentono minacciati e impediti nella loro esistenza, annuncia che anche la loro vita è un bene, al quale l'amore del Padre dà senso e valore.

«I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella» (Lc 7, 22). Con queste parole del profeta Isaia (35, 5-6; 61, 1), Gesù presenta il significato della propria missione: così quanti soffrono per un'esistenza in qualche modo «diminuita», ascoltano da lui la buona novella dell'interesse di Dio nei loro confronti ed hanno la conferma che anche la loro vita è un dono gelosamente custodito nelle mani del Padre (cf. Mt 6, 25-34).

Sono i «poveri» ad essere interpellati particolarmente dalla predicazione e dall'azione di Gesù. Le folle di malati e di emarginati, che lo seguono e lo cercano (cf. Mt 4, 23-25), trovano nella sua parola e nei suoi gesti la rivelazione di quale grande valore abbia la loro vita e di come siano fondate le loro attese di salvezza.

Non diversamente accade nella missione della Chiesa, fin dalle sue origini. Essa, che annuncia Gesù come colui che «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10, 38), sa di essere portatrice di un messaggio di salvezza che risuona in tutta la sua novità proprio nelle situazioni di miseria e di povertà della vita dell'uomo. Così fa Pietro con la guarigione dello storpio, posto ogni giorno presso la porta «Bella» del tempio di Gerusalemme a chiedere l'elemosina: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At 3, 6). Nella fede in Gesù, «autore della vita» (At 3, 15), la vita che giace abbandonata e implorante ritrova consapevolezza di sé e dignità piena.

La parola e i gesti di Gesù e della sua Chiesa non riguardano solo chi è nella malattia, nella sofferenza o nelle varie forme di emarginazione sociale. Più profondamente toccano il senso stesso della vita di ogni uomo nelle sue dimensioni morali e spirituali. Solo chi riconosce che la propria vita è segnata dalla malattia del peccato, nell'incontro con Gesù Salvatore può ritrovare la verità e l'autenticità della propria esistenza, secondo le sue stesse parole: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi» (Lc 5, 31-32).

Chi, invece, come il ricco agricoltore della parabola evangelica, pensa di poter assicurare la propria vita mediante il possesso dei soli beni materiali, in realtà si illude: essa gli sta sfuggendo, ed egli ne resterà ben presto privo, senza essere arrivato a percepirne il vero significato: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?» (Lc 12, 20).

33. È nella vita stessa di Gesù, dall'inizio alla fine, che si ritrova questa singolare «dialettica» tra l'esperienza della precarietà della vita umana e l'affermazione del suo valore. Infatti, la precarietà segna la vita di Gesù fin dalla sua nascita. Egli trova certamente l'accoglienza dei giusti, che si uniscono al «sì» pronto e gioioso di Maria (cf. Lc 1, 38). Ma c'è anche, da subito, il rifiuto di un mondo che si fa ostile e cerca il bambino «per ucciderlo» (Mt 2, 13), oppure resta indifferente e disattento al compiersi del mistero di questa vita che entra nel mondo: «non c'era posto per loro nell'albergo» (Lc 2, 7). Proprio dal contrasto tra le minacce e le insicurezze da una parte e la potenza del dono di Dio dall'altra, risplende con maggior forza la gloria che si sprigiona dalla casa di Nazaret e dalla mangiatoia di Betlemme: questa vita che nasce è salvezza per l'intera umanità (cf. Lc 2, 11).

Contraddizioni e rischi della vita vengono assunti pienamente da Gesù: «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8, 9). La povertà, di cui parla Paolo, non è solo spogliamento dei privilegi divini, ma anche condivisione delle condizioni più umili e precarie della vita umana (cf. Fil 2, 6-7). Gesù vive questa povertà lungo tutto il corso della sua vita, fino al momento culminante della Croce: «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2, 8-9). È proprio nella sua morte che Gesù rivela tutta la grandezza e il valore della vita, in quanto il suo donarsi in croce diventa fonte di vita nuova per tutti gli uomini (cf. Gv 12, 32). In questo peregrinare nelle contraddizioni e nella stessa perdita della vita, Gesù è guidato dalla certezza che essa è nelle mani del Padre. Per questo sulla Croce può dirgli: «Padre nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46), cioè la mia vita. Davvero grande è il valore della vita umana se il Figlio di Dio l'ha assunta e l'ha resa luogo nel quale la salvezza si attua per l'intera umanità!

La tua vita è un dono! Grazie Gesù per ogn talento! - Meraviglioso dei N...

venerdì 6 maggio 2011

Padre Pio il burbero benefico

Padre Pio - Sulla soglia del Paradiso - Trentottesimo appuntamento

 Torna l'appuntamento con la biografia che tratteggia un'inedita "storia di Padre Pio raccontata dai suoi amici: "Sulla Soglia del Paradiso" di Gaeta Saverio. Oggi vediamo qualcosa di sconvolgente che potremmo definire come la Quaresima del corpo del Santo di Pietrelcina:

XV
Quaresime e penitenze
 

Una penitenza fatta di malattie

Se Padre Pio fosse stato trasferito, come qualcuno ipotizzava all'inizio degli anni Sessanta, dal convento di Santa Maria delle Grazie alla Casa Sollievo della Sofferenza, la difficoltà sarebbe stata quella di scegliere dove alloggiarlo, poiché poteva essere considerato "di casa" in qualsiasi reparto, a motivo delle molteplici malattie che lo afflissero. Ma anche questi malanni devono essere letti alla luce della sua perenne volontà di penitenza, inserendosi nel mistero dei disegni divini.

Nel corso degli 81 anni di vità, Padre Pio fu infatti costantemente accompagnato da decine di disturbi e dai relativi patimenti, che il dottor Michele Capuano - per cinque decenni fra i suoi me-dici curanti - ha descritto con sconvolgente realismo: «Dal dolore bruciante della cistite emorragica a quello conquassante delle coliche renali, dal dolore contusivo delle caviglie e dei polsi a quello corrosivo dell'epitelioma auricolare, dalle fitte laceranti dell'ernia irriducibile a quelle lancinanti delle emorroidi trombizzate, dalle algie fredde dell'artrosi generalizzata a quelle brusche e pungenti della polmonite, dal dolore gravativo della sinusite frontale a quelli terebranti della pleurite essudativa, dal dolore pruriginoso della pediculosi ai dolori pulsanti degli ascessi passeggeri, alle manifestazioni corrodenti dell'ulcera gastrica e ai dolori tensivi delle emicranie».

Si trattò sempre di malattie reali e clinicamente verificate dalle visite specialistiche, dagli esami radiografici e strumentali e dalle analisi di laboratorio, né ebbero mai un decorso irregolare rispetto alla norma. Lo stesso dottor Capuano si interrogò sul significato ditale strana forma di continua penitenza, e la sua risposta fu che Padre Pio «amava il dolore, lo sopportava con rassegnazione, anzi con gioia, minimizzandolo quasi sempre senza dargli importanza, pur di sfuggire, come diceva, alla cecità dell'anima. Il dolore non lo condizionava, né gli faceva paura, perché era un dono della vita, come l'amore e la felicità».

La prima diagnosi che ci è pervenuta risale all'ottobre 1909 e segnala una broncoalveolite al primo stadio, che gli provocava tosse secca, dolori al petto e alla schiena e una continua febbre. All'inizio del 1910 si aggiunse un vomito persistente e violento, che continuò di fatto per tutta la vita, con la contemporanea insorgenza dell'ulcera gastrica. A fine ottobre 1911 si recò con il Provinciale, padre Benedetto, a Napoli dal professor Antonio Cardarelli, che decretò la sua fine entro un mese, tanto che padre Benedetto si fermò da un fotografo per fargli fare una foto ricordo.

Per tutto il 1912 e il 1913 i dolori di petto e di testa lo perseguitarono. A gennaio 1914 cominciarono anche i dolori reumatici e, l'11 novembre successivo, subì una tremenda colica renale. Fra il 1945 e il 1960 ebbe altre sei coliche al rene sinistro, con espulsione di calcoli e di renella, dovuti alla dieta quasi esclusiva di verdure e legumi (ricchi di calcio e fosforo), all'utilizzo di bicarbonato e magnesia per i disturbi di stomaco e all'ingestione di acqua ricca di sali di calcio e magnesio.

Il 22 ottobre 1915 si fece visitare a Napoli dal dottor Cicconardi, che individuò una infiltrazione al lobo superiore del polmone destro, riconosciuta il 17 dicembre successivo anche dalla commissione medica militare. Il 23 ottobre 1916 andò dal dottor Bruschini, che riscontrò la diffusione dell'infiltrazione ad ambedue gli apici polmonari. Il 30 dicembre la diagnosi venne confermata nuovamente dai medici militari. Nel 1917 l'infiltrazione polmonare fu ribadita in altre otto circostanze, tanto da farlo dichiarare, il 17 settembre, inabile a qualunque servizio di guerra.

Probabilmente a causa della bronchite, che gli provocava attacchi parossistici di tosse con ripercussioni a livello della tensione addominale, Padre Pio ebbe anche un'ernia inguinale, che nell'autunno del 1925 fu sul punto di strozzarsi e rese necessario l'intervento chirurgico eseguito dal professor Festa il 5 ottobre.

Padre Pio non volle essere anestetizzato, per impedire ai medici di vedergli le stimmate, e accettò soltanto qualche iniezione locale di novocaina. Ma il dolore, nelle quasi due ore di operazione, fu così intenso da farlo più volte svenire e da provocargli alla fine un pauroso collasso. Un altro intervento chirurgico della durata di mezz'ora e ancora una volta senza anestesia, sempre per opera di Festa, avvenne nel settembre 1927 per l'asportazione di una voluminosa cisti sebacea sulla parte destra del collo.

giovedì 5 maggio 2011

Benedetto XVI: Bisogna imparare a pregare

Udienza Generale Papa Benedetto XVI - 04 Maggio 2011


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
 Mercoledì, 4 maggio 2011


L'uomo in preghiera

Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi vorrei iniziare una nuova serie di catechesi. Dopo le catechesi sui Padri della Chiesa, sui grandi teologi del Medioevo, sulle grandi donne, vorrei adesso scegliere un tema che sta molto a cuore a tutti noi: è il tema della preghiera, in modo specifico di quella cristiana, la preghiera, cioè, che ci ha insegnato Gesù e che continua ad insegnarci la Chiesa. E’ in Gesù, infatti, che l’uomo diventa capace di accostarsi a Dio con la profondità e l’intimità del rapporto di paternità e di figliolanza. Insieme ai primi discepoli, con umile confidenza ci rivolgiamo allora al Maestro e Gli chiediamo: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1).

Nelle prossime catechesi, accostando la Sacra Scrittura, la grande tradizione dei Padri della Chiesa, dei Maestri di spiritualità, della Liturgia vogliamo imparare a vivere ancora più intensamente il nostro rapporto con il Signore, quasi una “Scuola della preghiera”. Sappiamo bene, infatti, che la preghiera non va data per scontata: occorre imparare a pregare, quasi acquisendo sempre di nuovo quest’arte; anche coloro che sono molto avanzati nella vita spirituale sentono sempre il bisogno di mettersi alla scuola di Gesù per apprendere a pregare con autenticità. Riceviamo la prima lezione dal Signore attraverso il Suo esempio. I Vangeli ci descrivono Gesù in dialogo intimo e costante con il Padre: è una comunione profonda di colui che è venuto nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre che lo ha inviato per la salvezza dell’uomo.

In questa prima catechesi, come introduzione, vorrei proporre alcuni esempi di preghiera presenti nelle antiche culture, per rilevare come, praticamente sempre e dappertutto si siano rivolti a Dio.

Comincio con l’antico Egitto, come esempio. Qui un uomo cieco, chiedendo alla divinità di restituirgli la vista, attesta qualcosa di universalmente umano, qual è la pura e semplice preghiera di domanda da parte di chi si trova nella sofferenza, quest’uomo prega: “Il mio cuore desidera vederti... Tu che mi hai fatto vedere le tenebre, crea la luce per me. Che io ti veda! China su di me il tuo volto diletto” (A. Barucq – F. Daumas, Hymnes et prières de l’Egypte ancienne, Paris 1980, trad. it. in Preghiere dell’umanità, Brescia 1993, p. 30). Che io ti veda; qui sta il nucleo della preghiera!

Presso le religioni della Mesopotamia dominava un senso di colpa arcano e paralizzante, non privo, però, della speranza di riscatto e liberazione da parte di Dio. Possiamo così apprezzare questa supplica da parte di un credente di quegli antichi culti, che suona così: “O Dio che sei indulgente anche nella colpa più grave, assolvi il mio peccato... Guarda, Signore, al tuo servo spossato, e soffia la tua brezza su di lui: senza indugio perdonagli. Allevia la tua punizione severa. Sciolto dai legami, fa’ che io torni a respirare; spezza la mia catena, scioglimi dai lacci” (M.-J. Seux, Hymnes et prières aux Dieux de Babylone et d’Assyrie, Paris 1976, trad. it. in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 37). Sono espressioni che dimostrano come l’uomo, nella sua ricerca di Dio, ne abbia intuito, sia pur confusamente, da una parte la sua colpa, dall’altra aspetti di misericordia e di bontà divina.

All’interno della religione pagana dell’antica Grecia si assiste a un’evoluzione molto significativa: le preghiere, pur continuando a invocare l’aiuto divino per ottenere il favore celeste in tutte le circostanze della vita quotidiana e per conseguire dei benefici materiali, si orientano progressivamente verso le richieste più disinteressate, che consentono all’uomo credente di approfondire il suo rapporto con Dio e di diventare migliore. Per esempio, il grande filosofo Platone riporta una preghiera del suo maestro, Socrate, ritenuto giustamente uno dei fondatori del pensiero occidentale. Così pregava Socrate: “Fate che io sia bello di dentro. Che io ritenga ricco chi è sapiente e che di denaro ne possegga solo quanto ne può prendere e portare il saggio. Non chiedo di più” (Opere I. Fedro 279c, trad. it. P. Pucci, Bari 1966). Vorrebbe essere soprattutto bello di dentro e sapiente, e non ricco di denaro.

In quegli eccelsi capolavori della letteratura di tutti i tempi che sono le tragedie greche, ancor oggi, dopo venticinque secoli, lette, meditate e rappresentate, sono contenute delle preghiere che esprimono il desiderio di conoscere Dio e di adorare la sua maestà. Una di queste recita così: “Sostegno della terra, che sopra la terra hai sede, chiunque tu sia, difficile a intendersi, Zeus, sia tu legge di natura o di pensiero dei mortali, a te mi rivolgo: giacché tu, procedendo per vie silenziose, guidi le vicende umane secondo giustizia” (Euripide, Troiane, 884-886, trad. it. G. Mancini, in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 54). Dio rimane un po’ nebuloso e tuttavia l’uomo conosce questo Dio sconosciuto e prega colui che guida le vie della terra.

Anche presso i Romani, che costituirono quel grande Impero in cui nacque e si diffuse in gran parte il Cristianesimo delle origini, la preghiera, anche se associata a una concezione utilitaristica e fondamentalmente legata alla richiesta della protezione divina sulla vita della comunità civile, si apre talvolta a invocazioni ammirevoli per il fervore della pietà personale, che si trasforma in lode e ringraziamento. Ne è testimone un autore dell’Africa romana del II secolo dopo Cristo, Apuleio. Nei suoi scritti egli manifesta l’insoddisfazione dei contemporanei nei confronti della religione tradizionale e il desiderio di un rapporto più autentico con Dio. Nel suo capolavoro, intitolato Le metamorfosi, un credente si rivolge a una divinità femminile con queste parole: “Tu sì sei santa, tu sei in ogni tempo salvatrice dell’umana specie, tu, nella tua generosità, porgi sempre aiuto ai mortali, tu offri ai miseri in travaglio il dolce affetto che può avere una madre. Né giorno né notte né attimo alcuno, per breve che sia, passa senza che tu lo colmi dei tuoi benefici” (Apuleio di Madaura, Metamorfosi IX, 25, trad. it. C. Annaratone, in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 79).

Nello stesso periodo l’imperatore Marco Aurelio – che era pure filosofo pensoso della condizione umana – afferma la necessità di pregare per stabilire una cooperazione fruttuosa tra azione divina e azione umana. Scrive nei suo Ricordi: “Chi ti ha detto che gli dèi non ci aiutino anche in ciò che dipende da noi? Comincia dunque a pregarli, e vedrai” (Dictionnaire de Spiritualitè XII/2, col. 2213). Questo consiglio dell’imperatore filosofo è stato effettivamente messo in pratica da innumerevoli generazioni di uomini prima di Cristo, dimostrando così che la vita umana senza la preghiera, che apre la nostra esistenza al mistero di Dio, diventa priva di senso e di riferimento. In ogni preghiera, infatti, si esprime sempre la verità della creatura umana, che da una parte sperimenta debolezza e indigenza, e perciò chiede aiuto al Cielo, e dall’altra è dotata di una straordinaria dignità, perché, preparandosi ad accogliere la Rivelazione divina, si scopre capace di entrare in comunione con Dio.

Cari amici, in questi esempi di preghiere delle diverse epoche e civiltà emerge la consapevolezza che l’essere umano ha della sua condizione di creatura e della sua dipendenza da un Altro a lui superiore e fonte di ogni bene. L’uomo di tutti i tempi prega perché non può fare a meno di chiedersi quale sia il senso della sua esistenza, che rimane oscuro e sconfortante, se non viene messo in rapporto con il mistero di Dio e del suo disegno sul mondo. La vita umana è un intreccio di bene e male, di sofferenza immeritata e di gioia e bellezza, che spontaneamente e irresistibilmente ci spinge a chiedere a Dio quella luce e quella forza interiori che ci soccorrano sulla terra e dischiudano una speranza che vada oltre i confini della morte. Le religioni pagane rimangono un’invocazione che dalla terra attende una parola dal Cielo. Uno degli ultimi grandi filosofi pagani, vissuto già in piena epoca cristiana, Proclo di Costantinopoli, dà voce a questa attesa, dicendo: “Inconoscibile, nessuno ti contiene. Tutto ciò che pensiamo ti appartiene. Sono da te i nostri mali e i nostri beni, da te ogni nostro anelito dipende, o Ineffabile, che le nostre anime sentono presente, a te elevando un inno di silenzio” (Hymni, ed. E. Vogt, Wiesbaden 1957, in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 61).

Negli esempi di preghiera delle varie culture, che abbiamo considerato, possiamo vedere una testimonianza della dimensione religiosa e del desiderio di Dio iscritto nel cuore di ogni uomo, che ricevono compimento e piena espressione nell’Antico e nel Nuovo Testamento. La Rivelazione, infatti, purifica e porta alla sua pienezza l’anelito originario dell’uomo a Dio, offrendogli, nella preghiera, la possibilità di un rapporto più profondo con il Padre celeste.

All’inizio di questo nostro cammino nella “Scuola della preghiera” vogliamo allora chiedere al Signore che illumini la nostra mente e il nostro cuore perché il rapporto con Lui nella preghiera sia sempre più intenso, affettuoso e costante. Ancora una volta diciamoGli: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1).

[[Saluti in varie lingue: Je suis heureux de vous accueillir, chers pèlerins francophones. Je salue en particulier les enfants de l’école grecque orthodoxe Oreokastron, de Thessalonique, et les pèlerins de République Centrafricaine. Que votre pèlerinage à Rome vous aide à découvrir ou à redécouvrir la nécessité de la prière dans votre vie. Avec ma Bénédiction apostolique!

I welcome all the English-speaking visitors present at today’s Audience, especially those from Denmark, Finland, Sweden, Nigeria, Japan, Singapore and the United States. My particular greeting goes to the pilgrimage group from the Archdiocese of Kampala, led by Archbishop Cyprian Kizito Lwanga. Upon all of you I invoke an abundance of joy and peace in the Risen Christ!

Von Herzen grüße ich alle Pilger und Besucher deutscher Sprache, heute besonders die Familien, die Freunde und die Gäste der neuen Schweizergardisten. Der Herr zeige euch die Schönheit des Gebets und schenke euch die Kraft, mit ihm das Gute zu tun. Danke.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los formadores y alumnos del Seminario Menor de la Asunción de Santiago de Compostela y a los demás grupos provenientes de España, México y otros países latinoamericanos. Os invito a que experimentando el anhelo de Dios que está en el interior del hombre, pidáis al Señor que ilumine vuestros corazones para que vuestra relación con Él en la oración sea cada vez más intensa. Muchas gracias.
Uma cordial saudação para todos os peregrinos de língua portuguesa, com menção particular dos fiéis de Salto de Pirapora e as Irmãs Franciscanas Catequistas do Brasil e do grupo «Ajuda à Igreja que sofre» de Portugal, que aqui vieram movidos pelo desejo de afirmar e consolidar a sua fé e adesão a Cristo: o Senhor vos encha de alegria e o seu Espírito ilumine as decisões da vossa vida para realizardes fielmente o projecto de Deus a vosso respeito. Acompanha-vos a minha oração e Bênção.

Saluto in lingua polacca:

Witam serdecznie obecnych tu Polaków. Raz jeszcze pozdrawiam pielgrzymów, którzy wraz ze swymi pasterzami przybyli na beatyfikację mojego umiłowanego poprzednika na Stolicy Piotrowej, błogosławionego Jana Pawła II. Niech Jego zawierzenie Matce Bożej, zawarte w zawołaniu „Totus Tuus” będzie zachętą dla każdego z was i dla całego narodu polskiego, którego Maryja jest Królową. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

Traduzione italiana:

Saluto cordialmente tutti i polacchi qui presenti. Ancora una volta saluto i pellegrini, venuti insieme con i loro pastori per la beatificazione del mio amatissimo predecessore, il beato Giovanni Paolo II. Il suo affidarsi alla Madre di Dio, contenuto nell’invocazione “Totus Tuus”, sia un incoraggiamento per ognuno di voi e per tutto il popolo polacco, per il quale Maria è Regina.
Sia lodato Gesù Cristo.

Saluto in lingua slovacca:

Srdečne pozdravujem slovenských pútnikov, osobitne z Farnosti Štefultov.
Bratia a sestry, nedávno sme začali mesiac máj, tradične spojený s mariánskou úctou. Pozývam vás do školy Panny z Nazareta, od nej sa učte milovať Pána a blížneho. S láskou žehnám vás i vašich drahých vo vlasti.
Pochválený buď Ježiš Kristus!

Traduzione italiana:

Saluto cordialmente i pellegrini slovacchi, particolarmente quelli provenienti dalla Parrocchia di Štefultov.
Fratelli e sorelle, abbiamo iniziato da pochi giorni il mese di maggio, tradizionalmente legato alla devozione mariana. Vi invito a mettervi alla scuola della Vergine di Nazaret per imparare da Lei ad amare il Signore e il prossimo. Con affetto benedico voi ed i vostri cari in Patria.
 Sia lodato Gesù Cristo! ]]

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i Seminaristi di Catania e di Caltagirone e i Novizi salesiani, e li esorto a conservare l’intima unione con Cristo nella preghiera fervorosa per prepararsi così a svolgere con frutto la missione evangelizzatrice. Saluto i fedeli della parrocchia cattedrale di Lucera, augurando che la visita a Roma sia per ciascuno ricca di frutti spirituali.

Desidero infine rivolgermi, come di consueto, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. E’ iniziato da poco il mese di maggio che, in molte parti del mondo, il popolo cristiano dedica alla Madonna. Cari giovani, mettetevi ogni giorno alla scuola di Maria Santissima per imparare da Lei a compiere la volontà di Dio. Contemplando la Madre di Cristo crocifisso, voi, cari malati, sappiate cogliere il valore salvifico di ogni sofferenza vissuta insieme con Gesù. E voi, cari sposi novelli, invocate la sua protezione materna, perché nella vostra famiglia regni sempre il clima della casa di Nazareth.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana