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venerdì 4 novembre 2011

Elvira - Figlia spirituale di Padre Pio - IX

Continuiamo a scoprire la figura di Elvira, figlia spirituale di San Pio da Pietrelcina: da oggi cominciamo a vedere alcune conversioni ottenute proprio da Elvira:


CAPITOLO II 
LE CONVERSIONI

Nel mondo sono tante le anime in pericolo di perdersi, perché vivono nell'indifferenza e nel peccato, tante che ignorano la bontà del Signore, mentre Egli brucia dal desiderio di far loro conoscere la sua misericordia e il suo amore, ma se un'altra anima accetta di soffrire per loro, amando e sopportando molte umiliazioni in unione coi patimenti di Cristo, esse possono essere salvate.

"Sì, le anime costano! "Dice spesso Mamma Elvira e nessuno lo sa meglio di lei che si è sempre immolata con tanta generosità per la loro salvezza. Come Gesù sulla croce, ella ha sete di queste anime e Gesù gliele fa incontrare nei modi più vari e impensabili.

Sarebbe impossibile esporre qui tutte le conversioni ottenute da Elvira; ci limiteremo a riportare solamente alcuni casi dei più rappresentativi.

IN SVIZZERA

Il figlio di Elvira si è da poco trasferito nel Canton Ticino per esercitarvi la sua professione di medico. Nelle pause di lavoro gli viene spontaneo parlare della madre e dei suoi frequenti viaggi a San Giovanni Rotondo, finchè un bel giorno il Direttore dell'Ospedale, incuriosito, gli suggerisce di chiamarla, perché la vuol conoscere. Elvira non si rifiuta all'invito e parte, col permesso di Padre Pio.

Viene accolta ospitalmente dalla moglie del Direttore che per vari giorni si interessa di lei e ascolta i suoi racconti con una simpatia che sembra sincera, ma quando Elvira manifesta la sua intenzione di fare dell'apostolato fra gli ammalati dell'Ospedale, si sente ingiungere che non deve più restare in Svizzera e deve tornarsene a Rimini.

Il figlio ne è costernato e, per compensare la madre di questa umiliazione, prima che lei parta dalla Svizzera, vuol condurla a Zurigo per un giro turistico. Di là poi sarà facile prendere un treno per la Romagna. Elvira acconsente a questa proposta del figlio e vanno. La notte stessa, però, nella sua camera d'albergo, Elvira vede in sogno Padre Pio che le porta via la valigia dalle mani e la tira giù dal treno sul quale lei sta salendo.

Colpita dall'evidenza di questo sogno, il giorno dopo Elvira si rifiuta di partire e, tornata furtivamente nel paese dove presta servizio il figlio, si dà a cercare un posto dove passare la notte. Trova un alloggio di fortuna e vi si accomoda lasciando a Dio ogni programma per il giorno dopo. All'indomani le Suore dell'Ospedale la riforniscono di cibo e di coperte e con la loro collaborazione e quella degli infermieri, Elvira riesce poi a trovare il modo di penetrare nell'Ospedale in certi momenti in cui le si mostrano situazioni favorevoli, per visitare gli ammalati più gravi. Si dà così a una vasta opera di apostolato con grande soddisfazione di tutti, ottenendo numerose conversioni.

Fu in questa occasione che Elvira conobbe Celestina, una signora di Chiasso, che era appunto ricoverata in Ospedale, e il marito di lei che era andato a trovarla. Elvira parlò loro di Padre Pio e della Madonna, ma l'uomo era scettico su tutto. Erano anni che non si confessava e non voleva sentir parlare di Sacramenti. Elvira tentò di fargli accettare la fotografia di Padre Pio, ma lui la rifiutò. Il giorno dopo, però, quando, con quella tenacia nel bene che la distingue, Elvira tornò ad offrirgliela, non la respinse più e la mise, con l'immagine della Madonna delle Grazie, nel portafoglio.

Questo episodio avrà poi un seguito, come vedremo più avanti. C'è infatti questo da notare nell'apostolato di Elvira: che le conversioni da lei ottenute sono molte volte intrecciate così mirabilmente una con l'altra, da far capire come lei non sia altro che l'inconscia esecutrice di un minuzioso, magistrale piano della divina Provvidenza: uno strumento di Dio, appunto.

IL MARITO DI CELESTINA

Sono passati quattro o cinque anni dall'episodio della Svizzera. Elvira ha condotto la sua vita di sempre. Ora è un periodo di relativa tranquillità e lei potrebbe accettare, senza pensarci due volte, l'invito giuntole da alcune signore di accompagnarle a Lourdes, ma questo sarebbe contrario alla prassi che ormai le è abituale. Troppo umile per fidarsi di se stessa, non prende mai alcuna decisione importante senza avere prima consultato Padre Pio.

Anche questa volta, dunque, corre giù a San Giovanni Rotondo.

La risposta del Padre la lascia interdetta: "Adesso no; ci andrai in seguito. Bada ai tuoi ammalati". Lei sa di non averne tanti, per il momento, da giustificare questo rifiuto, ma non fa commenti. Tornata a casa, disposta come sempre all'obbedienza, trova due lettere in cui la si invita a Roma e a Napoli per assistere degli ammalati. Decide di andare a Roma e riparte, appena un giorno dopo essere tornata da Foggia. Il marito, sempre buono e pronto a collaborare, non protesta.

Dopo cinque o sei giorni Elvira torna a casa, pensando che le sarà possibile ora andare a Lourdes, ma anche questa volta il suo desiderio rimane deluso. L'aspetta una signora con una figlia ammalata che la prega di accompagnarla da Padre Pio. Riparte dunque subito per San Giovanni Rotondo dove, come al solito, ha la fortuna di essere ricevuta senza indugio. Il Padre consiglia di portare la malata in una clinica di Bologna ed Elvira ve la accompagna.

Assolto il suo compito, anziché tornare a casa, le viene l'ispirazione di andare a Pavia, dove ha degli ammalati, e di qui a Como, dove tutti l'accolgono come una benedizione del cielo. Da Como pensa di fare una capatina in Svizzera per comprare un po' di sigarette e di cioccolata per i suoi ammalati. Entra al posto di frontiera, senza che nessuno faccia caso al suo passaporto scaduto, e fa tranquillamente le sue compere. Quando, al ritorno, si dirige di nuovo verso la dogana, si sente chiamare: "Signora Elvira! Signora Elvira!"

E Celestina che l'abbraccia commossa.

"Signora, che fortuna incontrarla! Questa è una grazia che m'ha fatto Padre Pio. Volevo scriverle, ma avevo perso il suo indirizzo e allora ho invocato tanto il Padre che mi aiutasse a rintracciarla! Mio marito è gravemente ammalato e non vuol confessarsi. E’ proprio il cielo che l'ha mandata!".

Elvira, dopo aver tranquillizzato il proprio marito con una telefonata a casa, è pronta a seguire Celestina. Come il malato la vede, le mostra subito l'immaginetta di Padre Pio che lei gli aveva lasciato qualche anno prima, quando l'aveva conosciuto al capezzale della moglie ammalata, nell'Ospedale Svizzero. L'immagine è sgualcita, ma ce l'ha ancora e mostra d'averla tenuta cara. Alle esortazioni di Elvira si commuove, ma ancora non vuol sentire parlare di prete. "Bene - dice lei - allora chiameremo un frate, magari con una barba lunga così!"

Il giorno dopo il malato si arrende: "Questa notte ho avuto un'ispirazione e voglio mettermi a posto con la mia coscienza. Però desidero farle sapere che, se sono quarant'anni che non mi confesso, la colpa è di mio cognato prete".

(Oh, se i preti meditassero seriamente sulle loro responsabilità...!)

Gli fu condotto il frate. Fece una bella confessione con pentimento sincero e dopo due giorni morì.

Ora Mamma Elvira commenta: "Padre Pio sapeva il fatto suo quando, d’ispirazione in ispirazione, mi sospingeva dal Gargano alla Svizzera alla ricerca di quest’anima!"

giovedì 3 novembre 2011

Papa: Il G20 promuova uno sviluppo autenticamente umano.

Udienza Generale di Papa Bendetto XVI - 02 Ottobre 2011

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
 Mercoledì, 2 novembre 2011


La Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Cari fratelli e sorelle!

Dopo avere celebrato la Solennità di Tutti i Santi, la Chiesa ci invita oggi a commemorare tutti i fedeli defunti, a volgere il nostro sguardo a tanti volti che ci hanno preceduto e che hanno concluso il cammino terreno. Nell’Udienza di questo giorno, allora, vorrei proporvi alcuni semplici pensieri sulla realtà della morte, che per noi cristiani è illuminata dalla Risurrezione di Cristo, e per rinnovare la nostra fede nella vita eterna.

Come già dicevo ieri all’Angelus, in questi giorni ci si reca al cimitero per pregare per le persone care che ci hanno lasciato, quasi un andare a visitarle per esprimere loro, ancora una volta, il nostro affetto, per sentirle ancora vicine, ricordando anche, in questo modo, un articolo del Credo: nella comunione dei santi c’è uno stretto legame tra noi che camminiamo ancora su questa terra e tanti fratelli e sorelle che hanno già raggiunto l’eternità.

Da sempre l’uomo si è preoccupato dei suoi morti e ha cercato di dare loro una sorta di seconda vita attraverso l’attenzione, la cura, l’affetto. In un certo modo si vuole conservare la loro esperienza di vita; e, paradossalmente, come essi hanno vissuto, che cosa hanno amato, che cosa hanno temuto, che cosa hanno sperato e che cosa hanno detestato, noi lo scopriamo proprio dalle tombe, davanti alle quali si affollano ricordi. Esse sono quasi uno specchio del loro mondo.

Perché è così? Perché, nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi, riguarda l’uomo di ogni tempo e di ogni spazio. E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità.

Ma ci chiediamo: perché proviamo timore davanti alla morte? Perché l’umanità, in una sua larga parte, mai si è rassegnata a credere che al di là di essa non vi sia semplicemente il nulla? Direi che le risposte sono molteplici: abbiamo timore davanti alla morte perché abbiamo paura del nulla, di questo partire verso qualcosa che non conosciamo, che ci è ignoto. E allora c’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento.

Ancora, abbiamo timore davanti alla morte perché, quando ci troviamo verso la fine dell’esistenza, c’è la percezione che vi sia un giudizio sulle nostre azioni, su come abbiamo condotto la nostra vita, soprattutto su quei punti d’ombra che, con abilità, sappiamo spesso rimuovere o tentiamo di rimuovere dalla nostra coscienza. Direi che proprio la questione del giudizio è spesso sottesa alla cura dell’uomo di tutti i tempi per i defunti, all’attenzione verso le persone che sono state significative per lui e che non gli sono più accanto nel cammino della vita terrena. In un certo senso i gesti di affetto, di amore che circondano il defunto, sono un modo per proteggerlo nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo.

Oggi il mondo è diventato, almeno apparentemente, molto più razionale, o meglio, si è diffusa la tendenza a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però, che proprio in questo modo si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, è sarebbe una copia di quella presente.

Cari amici, la solennità di tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci dicono che solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata. L’uomo è spiegabile solamente se c’è un Amore che superi ogni isolamento, anche quello della morte, in una totalità che trascenda anche lo spazio e il tempo. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. E noi sappiamo che Dio è uscito dalla sua lontananza e si è fatto vicino, è entrato nella nostra vita e ci dice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno» (Gv 11,25-26).

Pensiamo un momento alla scena del Calvario e riascoltiamo le parole che Gesù, dall’alto della Croce, rivolge al malfattore crocifisso alla sua destra: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). Pensiamo ai due discepoli sulla strada di Emmaus, quando, dopo aver percorso un tratto di strada con Gesù Risorto, lo riconoscono e partono senza indugio verso Gerusalemme per annunciare la Risurrezione del Signore (cfr Lc 24,13-35). Alla mente ritornano con rinnovata chiarezza le parole del Maestro: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no non vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”?» (Gv 14,1-2). Dio si è veramente mostrato, è diventato accessibile, ha tanto amato il mondo «da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16), e nel supremo atto di amore della Croce, immergendosi nell’abisso della morte, l’ha vinta, è risorto ed ha aperto anche a noi le porte dell’eternità. Cristo ci sostiene attraverso la notte della morte che Egli stesso ha attraversato; è il Buon Pastore, alla cui guida ci si può affidare senza alcuna paura, poiché Egli conosce bene la strada, anche attraverso l’oscurità.

Ogni domenica, recitando il Credo, noi riaffermiamo questa verità. E nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con amore per i nostri defunti, siamo invitati, ancora una volta, a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande speranza e testimoniarla al mondo: dietro il presente non c’è il nulla. E proprio la fede nella vita eterna dà al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente questa nostra terra e di lavorare per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza. Grazie.

{Saluti in varie lingue: Je suis heureux de saluer ce matin les pèlerins de langue française. Que votre foi dans la résurrection du Christ vous donne force et courage pour traverser les épreuves de la vie et qu’elle fasse grandir en vous l’espérance de la vie éternelle ! Que Dieu vous bénisse!

I offer a warm welcome to the priests from the United States taking part in the Institute for Continuing Theological Education at the Pontifical North American College in Rome. My greeting also goes to the pilgrimage group from Saint Paul’s High School in Tokyo, Japan. Upon all the English-speaking visitors present at today’s Audience, especially those from Ireland, Denmark, Norway, Japan and the United States, I invoke God’s blessings of joy and peace!

Einen herzlichen Gruß richte ich an alle Pilger deutscher Sprache. Auch zu uns heute sagt Christus: »Ich bin die Auferstehung und das Leben. Wer an mich glaubt, wird leben, auch wenn er stirbt« (Joh 11,25). So ist dies ein Tag, um unseren Glauben an das Ewige Leben und unsere Hoffnung neu zu bekräftigen, von dieser Hoffnung her unser Leben zu vollbringen, und sie so auch vor den Mitmenschen glaubhaft zu machen. Gott behüte euch und führe euch auf allen euren Wegen.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos provenientes de España, México, República Dominicana, Colombia, Argentina y otros países latinoamericanos. Invito a todos a que al recitar el Credo proclaméis al mundo la fe en la vida eterna, pues si el Buen Pastor nos guía en la noche de la muerte, seremos capaces de trabajar con denuedo en este mundo, con la esperanza del futuro que nos promete. Muchas gracias.

Saúdo com afeto os peregrinos de língua portuguesa, em particular os brasileiros vindos de diversas cidades do Estado de São Paulo. Exorto-vos a construir a vossa vida aqui na terra trabalhando por um futuro marcado por uma esperança verdadeira e segura, que abra para a vida eterna. Que Deus vos abençoe!

Saluto in lingua polacca:

Witam serdecznie obecnych tu pielgrzymów polskich. Dzisiaj we Wspomnienie Wszystkich Wiernych Zmarłych pamiętamy w modlitwie szczególnie o tych, którzy oczekują naszej pomocy, by wejść do życia wiecznego. Wierząc w świętych obcowanie, polecamy ich Bożemu Miłosierdziu. Niech smutek i ból rozłąki z bliskimi ożywia nadzieja naszego zmartwychwstania i spotkania z Bogiem w niebie. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

Traduzione italiana:

Saluto cordialmente i pellegrini polacchi qui presenti. Oggi, celebrando la Commemorazione di tutti i Fedeli Defunti, ricordiamo in modo particolare coloro che aspettano l’aiuto della nostra preghiera per entrare nella vita eterna. Credendo nella comunione dei santi, affidiamoli alla Divina Misericordia. Che la tristezza e il dolore per la separazione dai nostri cari siano alleviati dalla speranza della risurrezione e dell’incontro con Dio nel cielo. Sia lodato Gesù Cristo.}

APPELLO

Il 3 e il 4 novembre prossimi - domani e dopo domani - i Capi di Stato o di Governo del G-20 si riuniranno a Cannes, per esaminare le principali problematiche connesse con l’economia globale. Auspico che l’incontro aiuti a superare le difficoltà che, a livello mondiale, ostacolano la promozione di uno sviluppo autenticamente umano e integrale.

* * *

Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. Cari amici, vi ringrazio per questa visita e vi esorto a trovare nella preghiera la forza per avanzare sempre più nel cammino della santità.

Desidero, infine, salutare i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Dopo domani ricorre la memoria liturgica di San Carlo Borromeo, Vescovo insigne della Diocesi di Milano, che, animato da ardente amore per Cristo, fu instancabile maestro e guida dei fratelli. Il suo esempio aiuti voi, cari giovani, a lasciarvi condurre da Cristo nelle vostre scelte per seguirLo senza timore; incoraggi voi, cari ammalati, ad offrire la vostra sofferenza per i Pastori della Chiesa e per la salvezza delle anime; sostenga voi, cari sposi novelli, nel generoso servizio alla vita.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

mercoledì 2 novembre 2011

Fede e scienza ascoltiamo 2

La Summa Teologica - Quarantatreesima parte

Torniamo ad addentrarci nella Summa Teologica di San Tommaso d'Aquino, un'opera che diede un fondamento scientifico, filosofico e teologico alla dottrina cristiana. Continuiamo a scoprire la parte dedicata al Trattato relativo all'essenza di Dio e scopriamo le risposte di San Tommaso ai dubbi e alle questioni; in particolare oggi entriamo nella parte relativa all'immutabilità di Dio:

Prima parte
Trattato relativo all'essenza di Dio

L'immutabilità di Dio > Se Dio sia del tutto immutabile

Prima parte
Questione 9
Articolo 1

SEMBRA che Dio non sia del tutto immutabile. Infatti: 1. Tutto ciò che muove se stesso è in qualche modo mutabile. Ora come dice S. Agostino: "Lo Spirito creatore muove se stesso, ma non nel tempo o nello spazio". Dunque Dio è in qualche modo mutabile.

2. Della sapienza è detto che "è più mobile di ogni cosa mobile". Ma Dio è la stessa sapienza. Dunque Dio è soggetto al moto.

3. I due termini avvicinarsi e allontanarsi indicano movimento e sono nella Scrittura attribuiti a Dio: "Accostatevi a Dio, ed egli si avvicinerà a voi". Dunque Dio è mutabile.

IN CONTRARIO: È detto in Malachia: "Io sono Dio e non mi muto".

RISPONDO: Da quanto è stato precedentemente esposto si dimostra che Dio è assolutamente immutabile. Primo, infatti sopra si è provato che esiste un primo ente da noi chiamato Dio e che è necessariamente atto puro, senza mescolanza di potenza (passiva), giacché questa in linea assoluta è posteriore all'atto. Ora tutto ciò che in una maniera qualunque si muta, in qualche modo è in potenza. È quindi evidente l'impossibilità di una qualsiasi mutazione in Dio.
Secondo, in tutto ciò che si muove vi è qualche cosa che permane e qualche cosa che cessa: p. es., quando un oggetto passa dal colore bianco al nero, perdura sempre quanto alla sua sostanza. E così in tutto ciò che si cambia si nota qualche composizione. Ma, come sopra si è dimostrato, in Dio non vi è composizione alcuna, essendo egli assolutamente semplice; è chiaro quindi che Dio non può mutarsi.
Terzo, tutto ciò che si muove, acquista qualche cosa in forza del suo movimento e arriva a ciò cui prima non arrivava. Ora Dio, essendo infinito e racchiudendo in se stesso in modo perfetto e universale la pienezza di tutto l'essere, niente può acquisire, né estendersi a cosa a cui prima non arrivava; in nessun modo quindi a lui conviene il movimento. - Ecco perché, anche tra gli antichi, alcuni, quasi costretti dalla stessa verità, affermarono l'immutabilità del primo principio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino qui parla alla maniera di Platone, il quale asseriva che il primo motore muove se stesso, denominando moto qualsiasi operazione: e in tal senso lo stesso intendere, volere ed amare sono detti moto. Siccome dunque Dio intende ed ama se stesso, in questo senso dissero che Dio muove se stesso, non già nel senso che qui si dà al moto e alla mutazione in quanto propri dell'essere in potenza.

2. La sapienza è detta mobile metaforicamente, in quanto diffonde la sua somiglianza sino nelle minime cose. Niente infatti può esservi che non proceda dalla divina sapienza per via di imitazione, come da causa efficiente e formale, come i prodotti artificiali procedono dalla perizia dell'artefice. Così dunque, in quanto la somiglianza della divina sapienza gradatamente si estende dalle creature superiori, che ne partecipano maggiormente, sino alle infime, che meno ne partecipano, si può dire che vi è una specie di processo e di movimento della sapienza verso le cose, come se noi dicessimo che il sole s'avanza fino alla terra perché il raggio della sua luce giunge fino alla terra. Questo è anche il pensiero di Dionigi nell'affermare che "ogni efflusso della divina manifestazione viene a noi da un movimento del Padre dei lumi".

3. Simili espressioni bibliche dette di Dio sono metaforiche. Come si dice che il sole entra nella stanza e ne esce, se vi giunge o si diparte il suo raggio; così si dice che Dio si avvicina a noi o se ne allontana in quanto noi percepiamo l'influsso della sua bontà o ne siamo privati.

martedì 1 novembre 2011

Festa di tutti i Santi

Riscoprire i Santi - Ognissanti

Appuntamento speciale quello di oggi. In questa giornata dedicati a tutti i Santi dedichiamo il consueto appuntamento del martedì a tutti loro. Di seguito leggiamo la scheda di Santi e Beati.it seguita dal commento di mons. Antonio Riboldi:



La festa di tutti i Santi, il 1 novembre si diffuse nell’Europa latina nei secoli VIII-IX. Si iniziò a celebrare la festa di tutti i santi anche a Roma, fin dal sec. IX.
Un’unica festa per tutti i Santi, ossia per la Chiesa gloriosa, intimamente unita alla Chiesa ancora pellegrinante e sofferente. Oggi è una festa di speranza: “l’assemblea festosa dei nostri fratelli” rappresenta la parte eletta e sicuramente riuscita del popolo di Dio; ci richiama al nostro fine e alla nostra vocazione vera: la santità, cui tutti siamo chiamati non attraverso opere straordinarie, ma con il compimento fedele della grazia del battesimo.

Dai “Discorsi” di san Bernardo, abate
A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. E’ chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro. Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri. Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, é quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non é certo disdicevole, perché una tale fame di gloria é tutt’altro che pericolosa. Vi é un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed é quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come é ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati. Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo. Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita é nascosta con lui in Dio. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che é lui stesso.
Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomaparabile abbia a diventare realtà, ci é necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere. (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)

Godete e rallegratevi, perché grande è la vostro ricompensa nei cieli.
La beatitudine, consiste nel raggiungimento di ciò che colma e fa felice definitivamente il cuore dell’uomo. È la felicita che hanno conseguito i santi, che oggi celebriamo riuniti in un’unica festa. È una schiera che nessuno può numerare e che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’ Agnello, hanno cioè sperimentato in vita e in morte l’infinita misericordia di divina e vivono, anche per le loro virtù, nella beatitudine eterna. Una beatitudine a cui ogni fedele aspira nella speranza che lo stesso Cristo ci infonde. Il Cristo annuncia una felicità che non è nell’ordine dei valori terreni, ma è in vista del Regno, proclamato da lui, e, pur cominciando già su questa terra per coloro che accolgono Cristo e le sue esigenze, sarà definitiva solo nell’eternità. La Chiesa, formata da tutti i santi, ci invita oggi a guardare al futuro e al premio che Dio ha riservato a coloro che lo seguono nel difficile cammino della perfezione evangelica. Tutti vorremmo che, dopo la nostra morte, questo giorno fosse anche la nostra festa. Gesù ci invita a godere e rallegrarci già durante il percorso in vista dell’approdo finale. La santità quindi non è la meta di pochi privilegiati, ma l’aspirazione continua e costante di ogni credente, nella ferma convinzione che questa è innanzi tutto un progetto divino che nessuno esclude e che ci è stata confermata a prezzo del sacrificio di Cristo, che ha dato la vita per la nostra salvezza, quindi per la nostra santità. Non conseguire la meta allora significherebbe rendersi responsabile di quel grande peccato, che nessuno speriamo commetta, di vanificare l’opera redentiva del salvatore. Sant’Agostino, mosso da santa invidia soleva ripetersi: “Se tanti e tante perché non io?”

Autore: Monaci Benedettini Silvestrini

Fonte: www.liturgia.silvestrini.org

***

Solennità di tutti i Santi: il giorno decisivo della vita
di mons. Antonio Riboldi



Credo che la saggezza di ognuno di noi è nel pensare alla vita come ad un cammino con una vocazione: una grande prova, che tutti, senza eccezioni, siamo chiamati a superare.
La vita è un dono del Padre e, come tutti i suoi doni, appartiene all'eternità. Qui sulla terra abbiamo un compito: adempiere la Sua volontà - che è il nostro vero bene - per godere della Sua gioia, da oggi fino all'eternità.
Ognuno di noi ha la sua strada da percorrere, ma è già stata tracciata da Dio. Anzi Dio è la nostra strada. Possiamo quindi considerarci pellegrini, ma con una meta fissa: il Paradiso.
Non sappiamo però quando, con la morte, giungerà la fine del nostro pellegrinaggio.
Le persone veramente sapienti - come le vergini sagge del Vangelo - attendono l'arrivo dello Sposo con le lampade accese. Si fanno cioè trovare pronte a seguirlo alle nozze.
Le persone stolte non si preoccupano dell'olio della lampada, troppo prese da altro. E così quando arriva lo Sposo si trovano impreparate. Inutile correre ed affannarsi dopo, quando ormai è troppo tardi. Trovano la porta del Regno chiusa e bussando sentono una condanna terribile: 'Non vi conoscò. Gesù ci avverte che la vita è una continua veglia o vigilia, che non ammette distrazioni, È davvero una cosa seria.
La morte non spaventa chi ha vissuto come pellegrino verso il Cielo, anche se occupato in tante cose, che sono la realtà della vita e fanno parte del pellegrinaggio, come l'olio delle vergini. Sono tanti coloro che vivono 'in attesa della chiamatà e non ne hanno paura.
Ma sono troppi quelli che credono di vivere eternamente qui, in questo inferno di mondo, spendendo tutto per raccattare le briciole che il mondo dona e non sono l'olio della lampada.
Quando la morte li coglie si ritrovano a 'mani vuote', con il rischio di sentirsi dire: 'Non vi conoscò. È vero che c'è chi non vuole neppure pensare alla morte.
Ma serve questo bendarsi gli occhi e la coscienza? O non è forse 'un suicidio dell'anima'? La Chiesa oggi ci fa fermare sulla vera bellezza che è, dopo la morte, in Cielo.
Così la descrive Giovanni nell'Apocalisse:
"Io, Giovanni, vidi un angelo che saliva dall'oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: 'Non devastate né la terra né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo di Dio sulla fronte dei suoi servi'. Poi udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: 144.000.
Dopo ciò apparve una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani e gridavano a gran voce: 'La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono e all'Agnello'. Allora tutti gli Angeli che stavano attorno al trono e i vegliardi e i quattro esseri viventi si inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono e adorarono Dio dicendo: 'Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen'. Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: 'Quelli vestiti di bianco chi sono e donde vengono?: Gli risposi: 'Signore, tu lo sai!:
E lui: 'Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello'.'' (Ap. 7, 2-14).
Un brano che sembra svelarci ciò che sarà il giorno in cui tutti saremo davanti al cospetto del Padre... se ne saremo degni.
Ma ci pensiamo che la nostra sorte ce la giochiamo ogni giorno con il nostro modo di vivere? Ha senso dunque un'esistenza vissuta tutta al presente, senza la visione del futuro?
Scriveva Paolo VI: "Siamo gente tutta occupata dai desideri e dagli affari di questo mondo, come se altro noi non dovessimo cercare e amare. Così noi non siamo più spiriti veramente religiosi, che conoscono la contingenza radicale delle cose presenti: e non siamo più allenati ad estrarre i valori superiori, che sono quelli morali, connessi al nostro destino eterno. Ecco allora il ricordo della morte fa risuonare, come nell'assunzione di Maria, alle nostre anime, quasi uno squillo di trombe celesti, una chiamata che parte di là, dall'altra riva della vita, quella dell'eternità e della vita soprannaturale. Tutto ciò ci obbliga a verificare se la vita, che ciascuno di noi percorre, è rivolta verso il sommo traguardo e a rettificarla decisamente verso di esso. Nessuna età è stata tentata come la nostra di ‘temporalismo', cioè di amore verso le cose presenti, come se questi fossero gli unici e sommi beni da conseguire; perché nessuna, come la nostra età, è stata capace di scoprirli fecondi e stupendi... dobbiamo 'guardare in alto', verso l'orizzonte dell'altra vita.
Maria ci chiami, Maria ci dia la fede nel Paradiso e la speranza di raggiungerlo". (15 agosto 1961) Quante volte ripenso ai miei morti, a tantissime persone con cui ho avuto la fortuna di 'camminare', anche se con sacrificio, con gli occhi rivolti al Cielo, come se l'OGGI fosse solo l'attesa di quel grande giorno.
Ripenso a mamma, che portava sempre lo stesso grembiule e il cui desiderio era quello di indicarci la via del Paradiso. 'A me, qui in terra, basta questo grembiule' - mi diceva - 'in attesa della veste bianca del Paradiso, se Dio mi vorrà'.
Quante persone ritroveremo Lassù, che qui abbiamo ammirato ed ammiriamo come santi! E, speriamo, quanti amici, che qui hanno attraversato la nostra vita!
E il Vangelo di oggi, e anche di domani, Commemorazione dei defunti, ci dà la 'carta d'identità', che è la carta di riconoscimento dei 'beati'. Dovrebbe essere la 'cartà da possedere e vivere qui, già da ora, perché è il segreto della gioia OGGI e, domani, in Cielo.
"In quel tempo Gesù, vedendo le folle sulla montagna, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola li ammaestrava dicendo:
'Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli" (Mt. 5, 1-12).
Le beatitudini sono il segreto della vera felicità, che tutti vorremmo possedere e vivere, perché ci accorgiamo che quello che ci circonda è 'tutto vanità', e neppure a volte vale la pena ricordarlo e, peggio ancora, affidargli il nostro cuore.
A volte, pensando al Paradiso, pare di sognare una meta irraggiungibile, soprattutto verificando la grande fatica che facciamo per trapiantare il 'divino in noi'.
Vorremmo essere umili e vediamo tanti nostri gesti imbrattati di superbia.
Vorremmo essere poveri in spirito e ci sentiamo le mani continuamente sporche delle cose, cui siamo attaccati fino a diventare chiusi e gretti anche nella più elementare generosità, che ci consentirebbe di liberarci da noi stessi per aprirci alla bellezza dell'amore.
Eppure il Paradiso è la nostra Casa. Il Padre ci attende e tutto ha predisposto perché lo raggiungiamo. Non con le nostre miserevoli buone intenzioni o povere forze, ma 'lavando le nostre vesti e rendendole candide col sangue dell'Agnello', che ci ha salvati, 'quando ancora eravamo peccatori'.
Domani la Chiesa ci invita a ricordarci dei nostri defunti.
È un pellegrinaggio in cui siamo chiamati a ricordare, non solo esteriormente, chi ci è caro e ci ha preceduto nell'eternità. Orniamo pure le loro tombe di fiori, ma non dimentichiamo che forse quello di cui necessitano davvero sono í nostri suffragi, il nostro sostegno, con la preghiera, per la loro totale beatificazione.
E se per un momento dovessimo fermarci e davvero 'ascoltare nel cuore' quello che ci dicono dal Cielo e dall'eternità, usciremmo dai cimiteri diversi.
Loro hanno raggiunto il traguardo e, quindi, sanno qual è il senso vero della vita e come dovremmo 'essere' ed operare per acquisirlo.
Quante volte visitando le poche ossa rimaste di papà, mamma, dei miei fratelli, che ormai riposano in Dio, ne ascolto la voce come a farmi ammaestrare. Il 'giorno dei morti' dovrebbe essere, non solo il giorno del ricordo, ma il giorno dell'ascolto, della più vera e profonda comunione.
Davvero ora, più ancora di prima, ci sono 'cari'.
"Le anime dei giusti - ci ricorda il libro della Sapienza - sono nelle mani di Dio e nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura; la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità.
Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di Sé. Li ha saggiati come oro nel crogiolo e li ha graditi come un olocausto" (Sap 3, 1-9).
E noi, è giusto chiederci oggi, saremo in Cielo tra i 'giusti'?
Non resta che tentare con tutte le forze, con totale abbandono e fiducia nel Cuore Misericordioso del Figlio Gesù, morto per salvarci e risorto per portarci con Lui, e nella Mamma Celeste, che ci aiuti ora e ci accolga domani: 'Ave Maria... prega per noi peccatori adesso e nell'ora della nostra morte'. E ancora riflettiamo e preghiamo con don Tonino Bello:
"Santa Maria, donna dell'ultima ora, disponici al grande viaggio.
Aiutaci ad allentare gli ormeggi senza paura.
Sbriga tu stessa le pratiche del nostro passaporto.
Se ci sarà il tuo visto, non avremo più nulla da temere.
Aiutaci a saldare, con i segni del pentimento e la richiesta del perdono,
le ultime pendenze nei confronti della giustizia di Dio.
Mettici insomma in regola le carte, perché giunti alla porta del Paradiso,
essa si spalanchi al nostro bussare.
Ed entreremo finalmente nel Regno, accompagnati dall'eco dello Stabat Mater,
che tante volte cantavamo nelle nostre chiese al termine della Via Crucis:
'Quando corpus morietur, fac ut animae donetur paradisi gloria'
(Quando il corpo morirà fa' che all'anima sia donata la gloria del paradiso)".
E così sia per tutti noi, carissimi, che insieme abbiamo cercato di misurare i nostri passi con la Parola di Dio, sempre con fede e tanto amore.