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sabato 14 gennaio 2012

In difesa della vita - Evangelium Vitae - XLIV

Torna l'appuntamento con la Lettera Enciclica "Evangelium vitae", in difesa della vita. Ci avviamo quasi alla conclusione di questa Lettera Enciclica del Beato Giovanni Paolo II che inneggia alla vita, ma prima vediamo i "motivi" che spingono a scrivere e a parlare del Vangelo della vita:


«Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1 Gv 1, 4): il Vangelo della vita è per la città degli uomini

101. «Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1 Gv 1, 4). La rivelazione del Vangelo della vita ci è data come bene da comunicare a tutti: perché tutti gli uomini siano in comunione con noi e con la Trinità (cf. 1 Gv 1, 3). Neppure noi potremmo essere nella gioia piena se non comunicassimo questo Vangelo agli altri, ma lo tenessimo solo per noi stessi.

Il Vangelo della vita non è esclusivamente per i credenti: è per tutti. La questione della vita e della sua difesa e promozione non è prerogativa dei soli cristiani. Anche se dalla fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell'umanità. Nella vita c'è sicuramente un valore sacro e religioso, ma in nessun modo esso interpella solo i credenti: si tratta, infatti, di un valore che ogni essere umano può cogliere anche alla luce della ragione e che perciò riguarda necessariamente tutti.

Per questo, la nostra azione di «popolo della vita e per la vita» domanda di essere interpretata in modo giusto e accolta con simpatia. Quando la Chiesa dichiara che il rispetto incondizionato del diritto alla vita di ogni persona innocente — dal concepimento alla sua morte naturale — è uno dei pilastri su cui si regge ogni società civile, essa «vuole semplicemente promuovere uno Stato umano. Uno Stato che riconosca come suo primario dovere la difesa dei diritti fondamentali della persona umana, specialmente di quella più debole».136

Il Vangelo della vita è per la città degli uomini. Agire a favore della vita è contribuire al rinnovamento della società mediante l'edificazione del bene comune. Non è possibile, infatti, costruire il bene comune senza riconoscere e tutelare il diritto alla vita, su cui si fondano e si sviluppano tutti gli altri diritti inalienabili dell'essere umano. Né può avere solide basi una società che — mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace — si contraddice radicalmente accettando o tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata. Solo il rispetto della vita può fondare e garantire i beni più preziosi e necessari della società, come la democrazia e la pace.

Infatti, non ci può essere vera democrazia, se non si riconosce la dignità di ogni persona e non se ne rispettano i diritti.

Non ci può essere neppure vera pace, se non si difende e promuove la vita, come ricordava Paolo VI: «Ogni delitto contro la vita è un attentato contro la pace, specialmente se esso intacca il costume del popolo..., mentre dove i diritti dell'uomo sono realmente professati e pubblicamente riconosciuti e difesi, la pace diventa l'atmosfera lieta e operosa della convivenza sociale».137

Il «popolo della vita» gioisce di poter condividere con tanti altri il suo impegno, così che sempre più numeroso sia il «popolo per la vita» e la nuova cultura dell'amore e della solidarietà possa crescere per il vero bene della città degli uomini.

venerdì 13 gennaio 2012

L'Undicesimo Comandamento

Elvira - Figlia spirituale di Padre Pio - XVII

Continuiamo a scoprire la figura di Elvira, figlia spirituale di San Pio da Pietrelcina; di Elvira oggi vedremo un nuovo esempio di misericordia, requisito indispensabile per ogni cristiano poiché solo perdonando gli altri si ottiene misericordia dal Padre:

CAPITOLO III

AMARE CON LE OPERE
SOPPORTARE PAZIENTEMENTE LE PERSONE MOLESTE

Fra tutte le opere di misericordia la più difficile, forse, da mettere in pratica è quella di sopportare pazientemente le persone moleste, ma Elvira sa compiere egregiamente anche questa.

A qual grado di eroismo sappia giungere in tale sopportazione lo dimostra chiaramente l'episodio seguente: Quando abitava vicino allo Stadio. Elvira aveva fatto la conoscenza di Giuseppina Galli, una povera ragazza di 26 anni uscita dal manicomio. Gliel'aveva raccomandata la maestra Frangipane e lei si era recata subito a farle visita. L'aveva trovata in casa tutta nuda, con un gran turbante in testa. Come si presentasse la casa è difficile dirlo. C'erano dovunque mucchi di immondizie: teste di pesci, ossa, recipienti colmi di urina, panni sudici sotto la tavola... La povera ragazza aveva la mania di accumulare e di conservare tutto. Elvira entrò subito nelle sue simpatie e dopo undici mesi che quella creatura non usciva di casa, potè indurla ad uscire per fare una passeggiata. La condusse lungo Viale Tripoli fino dai Salesiani per fare una visita a Gesù Sacramentato. Per la strada Giuseppina si fermava ad ogni passo e, sollevando ora un piede ora l'altro, mostrava ad Elvira la suola delle scarpe per chiederle se "si era attaccato niente". Come Dio volle arrivarono a destinazione e la gratitudine della ragazza per quella passeggiata fu tale che, al ritorno, non volle più saperne di staccarsi dalla sua nuova amica e si diede ad insistere per essere condotta a vedere la sua casa. Elvira dovette accontentarla e ricorrere poi a tutta la sua forza persuasiva per ricondurla via.

Da quella volta Elvira si recò ogni giorno a trovarla per parlarle di Padre Pio e convincerla a riordinare la casa. Ottenne così di poter fare una buca nell'orto e di buttarci tutti quei rifiuti che da tempo avevano trasformato la casa in un porcile. Purtroppo però il giorno dopo, mentre Elvira ripensava con soddisfazione a questa vittoria che aveva ottenuto, Giuseppina estraeva dalla buca i suoi rifiuti e riportava tutto amorosamente in casa.

Era proprio un caso disperato.

Non c'era che Padre Pio che potesse fare qualcosa per lei ed Elvira pensò di condurgliela. Si misero in treno per San Giovanni Rotondo. Giuseppina aveva due enormi sporte, piene di cartocci dal contenuto indefinibile, che si stringeva gelosamente al petto litigando con tutti i compagni di viaggio.

Come furono giunte a destinazione, Elvira corse subito dal Padre a dirgli chi aveva condotto con se e lui, per tutta risposta, disse: "E mandala a Messa!" Non era un'impresa facile, ma finalmente fu possibile convincere la povera ragazza che si piazzò nel mezzo della Chiesa sul suo seggiolino, senza più volerne sapere di confessarsi.

Elvira era disperata e non sapeva più che cosa fare. Domandò a Padre Pio:

"Devo portarla a casa o in manicomio?"

"Né a casa sua, né in manicomio - rispose il Padre - A casa tua".

Elvira non protestò: del resto sapeva di doversi aspettare ogni genere di prove. E non protestò nemmeno il marito quando si sentì proporre un'ospite che, a tavola, mangiava tutto lei, che, se si offriva di far le pulizie, ammucchiava l'immondizia negli angoli più impensati, quando non se la metteva in tasca, che si immergeva, con addosso vestiti e scarpe, nella vasca da bagno inondando tutta la casa.

Dopo quattro giorni Elvira, non potendone più, decise di riportarla a casa sua. Ebbene, la mattina dopo, al momento di mandare ad effetto il suo proposito, venne colta da un così forte dolore che non potè alzarsi dal letto. Passò così venti giorni inchiodata a letto con l'assistenza di quella povera matta che non l'abbandonava un istante e parlava, parlava senza posa, interrompendosi soltanto per baciarle ogni tanto i piedi in segno di riconoscenza. Anche le spese del suo mantenimento gravavano tutte sulle spalle dei suoi benefattori, poiché i parenti di Giuseppina se ne disinteressavano completamente.

Finalmente Elvira ottenne di far accogliere quella povera ragazza dall'Istituto Maccolini. Ve la condusse e le mostrò la stanza che avrebbe dovuto occupare, della quale Giuseppina si mostrò entusiasta, ma quando fu il momento di dividersi dalla sua benefattrice, pregò tanto di poter restare ancora una settimana con lei che, pazientemente, Elvira se la riportò a casa. Dopo un po', ambientatasi nell'Istituto, la ragazza sembrò riprendersi ed Elvira le trovò un lavoro presso una fabbrica di scatole di cartone. Era però destino che questa storia si concludesse tristemente. Qualche tempo dopo, infatti, la ragazza finì nuovamente in manicomio.

giovedì 12 gennaio 2012

Benedetto XVI: l'Eucaristia punto più alto della preghiera

Udienza Generale di Papa Benedetto XVI - 11 Gennaio 2012

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 11 gennaio 2012


La preghiera di Gesù nell'Ultima Cena

Cari fratelli e sorelle,

nel nostro cammino di riflessione sulla preghiera di Gesù, presentata nei Vangeli, vorrei meditare oggi sul momento, particolarmente solenne, della sua preghiera nell'Ultima Cena.

Lo sfondo temporale ed emozionale del convito in cui Gesù si congeda dagli amici, è l'imminenza della sua morte che Egli sente ormai vicina. Da lungo tempo Gesù aveva iniziato a parlare della sua passione, cercando anche di coinvolgere sempre più i suoi discepoli in questa prospettiva. Il Vangelo secondo Marco racconta che fin dalla partenza del viaggio verso Gerusalemme, nei villaggi della lontana Cesarea di Filippo, Gesù aveva iniziato «a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere» (Mc 8,31). Inoltre, proprio nei giorni in cui si preparava a dare l’addio ai discepoli, la vita del popolo era segnata dall'avvicinarsi della Pasqua, ossia del memoriale della liberazione di Israele dall’Egitto. Questa liberazione, sperimentata nel passato e attesa di nuovo nel presente e per il futuro, tornava viva nelle celebrazioni familiari della Pasqua. L’Ultima Cena si inserisce in questo contesto, ma con una novità di fondo. Gesù guarda alla sua Passione, Morte e Risurrezione, essendone pienamente consapevole. Egli vuole vivere questa Cena con i suoi discepoli, con un carattere del tutto speciale e diverso dagli altri conviti; è la sua Cena, nella quale dona Qualcosa di totalmente nuovo: Se stesso. In questo modo, Gesù celebra la sua Pasqua, anticipa la sua Croce e la sua Risurrezione.

Questa novità ci viene evidenziata dalla cronologia dell’Ultima Cena nel Vangelo di Giovanni, il quale non la descrive come la cena pasquale, proprio perché Gesù intende inaugurare qualcosa di nuovo, celebrare la sua Pasqua, legata certo agli eventi dell’Esodo. E per Giovanni Gesù morì sulla croce proprio nel momento in cui, nel tempio di Gerusalemme, venivano immolati gli agnelli pasquali.

Qual è allora il nucleo di questa Cena? Sono i gesti dello spezzare il pane, del distribuirlo ai suoi e del condividere il calice del vino con le parole che li accompagnano e nel contesto di preghiera in cui si collocano: è l’istituzione dell’Eucaristia, è la grande preghiera di Gesù e della Chiesa. Ma guardiamo più da vicino questo momento.

Anzitutto, le tradizioni neotestamentarie dell'istituzione dell'Eucaristia (cfr 1 Cor 11,23-25; Lc 22, 14-20; Mc 14,22-25; Mt 26,26-29), indicando la preghiera che introduce i gesti e le parole di Gesù sul pane e sul vino, usano due verbi paralleli e complementari. Paolo e Luca parlano di eucaristia/ringraziamento: «prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro» (Lc 22,19). Marco e Matteo, invece, sottolineano l’aspetto di eulogia/benedizione: «prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro» (Mc 14,22). Ambedue i termini greci eucaristeìn e eulogeìn rimandano alla berakha ebraica, cioè alla grande preghiera di ringraziamento e di benedizione della tradizione d’Israele che inaugurava i grandi conviti. Le due diverse parole greche indicano le due direzioni intrinseche e complementari di questa preghiera. La berakha, infatti, è anzitutto ringraziamento e lode che sale a Dio per il dono ricevuto: nell’Ultima Cena di Gesù, si tratta del pane – lavorato dal frumento che Dio fa germogliare e crescere dalla terra – e del vino prodotto dal frutto maturato sulle viti. Questa preghiera di lode e ringraziamento, che si innalza verso Dio, ritorna come benedizione, che scende da Dio sul dono e lo arricchisce. Il ringraziare, lodare Dio diventa così benedizione, e l’offerta donata a Dio ritorna all’uomo benedetta dall’Onnipotente. Le parole dell’istituzione dell’Eucaristia si collocano in questo contesto di preghiera; in esse la lode e la benedizione della berakha diventano benedizione e trasformazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Gesù.

Prima delle parole dell’istituzione vengono i gesti: quello dello spezzare il pane e quello dell’offrire il vino. Chi spezza il pane e passa il calice è anzitutto il capofamiglia, che accoglie alla sua mensa i familiari, ma questi gesti sono anche quelli dell’ospitalità, dell’accoglienza alla comunione conviviale dello straniero, che non fa parte della casa. Questi stessi gesti, nella cena con la quale Gesù si congeda dai suoi, acquistano una profondità del tutto nuova: Egli dà un segno visibile dell’accoglienza alla mensa in cui Dio si dona. Gesù nel pane e nel vino offre e comunica Se stesso.

Ma come può realizzarsi tutto questo? Come può Gesù dare, in quel momento, Se stesso? Gesù sa che la vita sta per essergli tolta attraverso il supplizio della croce, la pena capitale degli uomini non liberi, quella che Cicerone definiva la mors turpissima crucis. Con il dono del pane e del vino che offre nell'Ultima Cena, Gesù anticipa la sua morte e la sua risurrezione realizzando ciò che aveva detto nel discorso del Buon Pastore: «Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). Egli quindi offre in anticipo la vita che gli sarà tolta e in questo modo trasforma la sua morte violenta in un atto libero di donazione di sé per gli altri e agli altri. La violenza subita si trasforma in un sacrificio attivo, libero e redentivo.

Ancora una volta nella preghiera, iniziata secondo le forme rituali della tradizione biblica, Gesù mostra la sua identità e la determinazione a compiere fino in fondo la sua missione di amore totale, di offerta in obbedienza alla volontà del Padre. La profonda originalità del dono di Sé ai suoi, attraverso il memoriale eucaristico, è il culmine della preghiera che contrassegna la cena di addio con i suoi. Contemplando i gesti e le parole di Gesù in quella notte, vediamo chiaramente che il rapporto intimo e costante con il Padre è il luogo in cui Egli realizza il gesto di lasciare ai suoi, e a ciascuno di noi, il Sacramento dell'amore, il «Sacramentum caritatis». Per due volte nel cenacolo risuonano le parole: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24.25). Con il dono di Sé Egli celebra la sua Pasqua, diventando il vero Agnello che porta a compimento tutto il culto antico. Per questo san Paolo parlando ai cristiani di Corinto afferma: «Cristo, nostra Pasqua [il nostro Agnello pasquale!], è stato immolato! Celebriamo dunque la festa … con azzimi di sincerità e di verità» (1 Cor 5,7-8).

L’evangelista Luca ha conservato un ulteriore elemento prezioso degli eventi dell'Ultima Cena, che ci permette di vedere la profondità commovente della preghiera di Gesù per i suoi in quella notte, l’attenzione per ciascuno. Partendo dalla preghiera di ringraziamento e di benedizione, Gesù giunge al dono eucaristico, al dono di Se stesso, e, mentre dona la realtà sacramentale decisiva, si rivolge a Pietro. Sul finire della cena, gli dice: «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32). La preghiera di Gesù, quando si avvicina la prova anche per i suoi discepoli, sorregge la loro debolezza, la loro fatica di comprendere che la via di Dio passa attraverso il Mistero pasquale di morte e risurrezione, anticipato nell’offerta del pane e del vino. L’Eucaristia è cibo dei pellegrini che diventa forza anche per chi è stanco, sfinito e disorientato. E la preghiera è particolarmente per Pietro, perché, una volta convertito, confermi i fratelli nella fede. L'evangelista Luca ricorda che fu proprio lo sguardo di Gesù a cercare il volto di Pietro nel momento in cui questi aveva appena consumato il suo triplice rinnegamento, per dargli la forza di riprendere il cammino dietro a Lui: «In quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto» (Lc 22,60-61).

Cari fratelli e sorelle, partecipando all'Eucaristia, viviamo in modo straordinario la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno affinché il male, che tutti incontriamo nella vita, non abbia a vincere e agisca in noi la forza trasformante della morte e risurrezione di Cristo. Nell’Eucaristia la Chiesa risponde al comando di Gesù: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; cfr 1Cor 11, 24-26); ripete la preghiera di ringraziamento e di benedizione e, con essa, le parole della transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue del Signore. Le nostre Eucaristie sono un essere attirati in quel momento di preghiera, un unirci sempre di nuovo alla preghiera di Gesù. Fin dall’inizio, la Chiesa ha compreso le parole di consacrazione come parte della preghiera fatta insieme a Gesù; come parte centrale della lode colma di gratitudine, attraverso la quale il frutto della terra e del lavoro dell’uomo ci viene nuovamente donato da Dio come corpo e sangue di Gesù, come auto-donazione di Dio stesso nell'amore accogliente del Figlio (cfr Gesù di Nazaret, II, pag. 146). Partecipando all’Eucaristia, nutrendoci della Carne e del Sangue del Figlio di Dio, noi uniamo la nostra preghiera a quella dell’Agnello pasquale nella sua notte suprema, perché la nostra vita non vada perduta, nonostante la nostra debolezza e le nostre infedeltà, ma venga trasformata.

Cari amici, chiediamo al Signore che, dopo esserci debitamente preparati, anche con il Sacramento della Penitenza, la nostra partecipazione alla sua Eucaristia, indispensabile per la vita cristiana, sia sempre il punto più alto di tutta la nostra preghiera. Domandiamo che, uniti profondamente nella sua stessa offerta al Padre, possiamo anche noi trasformare le nostre croci in sacrificio, libero e responsabile, di amore a Dio e ai fratelli. Grazie.

{Saluti in varie lingue: Je salue avec joie les pèlerins francophones, en particulier les prêtres de Marseille avec Mgr Georges Pontier et les fidèles de Nouméa. À la suite de Jésus, puissiez-vous transformer vos croix personnelles en sacrifice d’amour pour Dieu et pour les autres, et par le Sacrement de la Pénitence, vous préparer dignement à participer à l’Eucharistie, sommet de la prière chrétienne. Avec ma bénédiction !

I greet the many school groups from the United States present at today’s Audience, including the deacons from Saint Paul’s Seminary in Minnesota. My greeting also goes to the students of Carmel College in New Zealand. I welcome the participants in the Interfaith Journey from Canada. Upon all the English-speaking visitors and their families I cordially invoke God’s abundant blessings!

Gerne heiße ich alle Gäste und Pilger deutscher Sprache willkommen. Durch die Eucharistie sind wir hineingenommen in das Beten Jesu, haben teil am Leib und Blut des neuen Osterlammes. Bitten wir Christus, daß wir in Verbindung mit ihm auch unsere Mühsale, unser Leiden, unser Sein umwandeln dürfen in einen Akt der Liebe, der Hingabe an Gott und an den Nächsten. Der Herr begleite euch alle mit seinem Segen.

Saludo a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos provenientes de España, México y otros países latinoamericanos. Invito a todos a participar con fe y devoción en la Eucaristía, a unirse más profundamente a la ofrenda de alabanza y bendición de Jesús al Padre, y así poder trasformar vuestra cruz en sacrificio libre y responsable, en amor a Dios y a los hermanos. Muchas gracias.

Saúdo cordialmente os peregrinos de língua portuguesa, desejando-vos que o ponto mais alto da vossa oração seja uma digna participação na Eucaristia para poderdes, também vós, transformar as cruzes da vossa vida em sacrifício livre de amor a Deus e aos irmãos. Obrigado pela vossa presença. Ide com Deus.

Saluto in lingua polacca:

Witam obecnych tu Polaków. Kiedy z Jezusem wchodzimy do Wieczernika i, należycie przygotowani, przystępujemy do stołu Pańskiego, uświadamiamy sobie, że udział w Eucharystii, niezbędny dla życia chrześcijańskiego, jest równocześnie szkołą i punktem kulminacyjnym naszej modlitwy. Zjednoczeni z Chrystusem, przez Niego, z Nim i w Nim, w jedności Ducha Świętego oddajemy chwałę Ojcu. Niech Bóg wam błogosławi!

Traduzione italiana:

Do il benvenuto ai polacchi qui presenti. Quando con Gesù entriamo nel Cenacolo e, debitamente preparati, ci accostiamo al tavolo del Signore, ci rendiamo conto che la partecipazione all’Eucaristia, indispensabile per la vita cristiana, è contemporaneamente la scuola e il culmine della nostra preghiera. Uniti a Cristo, per Lui, con Lui e in Lui, nell’unità dello Spirito Santo rendiamo gloria al Padre. Dio vi benedica!}

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini italiani. Saluto i gruppi parrocchiali e le associazioni, in particolare i dirigenti e il personale dei vari Circhi qui presenti – grazie per la vostra esibizione –, i dipendenti del Bioparco di Roma nel centenario di fondazione e la Confraternita del SS. Salvatore di Enna per i 750 anni di attività. A tutti l’auspicio che quest’incontro con il successore di Pietro riempia ciascuno di entusiasmo e stimoli a testimoniare, con le parole e con le opere, Gesù nostro Salvatore.

Infine, un pensiero affettuoso ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Festa del Battesimo del Signore che abbiamo celebrato domenica scorsa ci offre l’opportunità di ripensare al nostro Battesimo. Cari giovani, vivete con gioia la vostra appartenenza alla Chiesa, che è la famiglia di Gesù. Cari ammalati, la grazia del Battesimo lenisca le vostre sofferenze e vi spinga ad offrirle a Cristo per la salvezza dell’umanità. E voi, cari sposi novelli, che iniziate il vostro cammino coniugale, fondate il vostro matrimonio sulla fede, ricevuta in dono il giorno del vostro Battesimo.

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

mercoledì 11 gennaio 2012

Tu vieni e seguimi

La Summa Teologica - Cinquantesima parte

Torniamo ad addentrarci nella Summa Teologica di San Tommaso d'Aquino, un'opera che diede un fondamento scientifico, filosofico e teologico alla dottrina cristiana. Continuiamo a scoprire la parte dedicata al Trattato relativo all'essenza di Dio e gli articolo relativi al tema dell'eternità.

Prima parte
Trattato relativo all'essenza di Dio

L'eternità di Dio > Se vi sia un evo soltanto

Prima parte
Questione 10
Articolo 6

SEMBRA che non vi sia soltanto un evo. Infatti:
1. Nei libri apocrifi di Esdra è scritto: "La maestà e la potestà degli evi è presso di Te, o Signore!".

2. Diversità di generi richiede diversità di misure. Ora, alcuni eviterni sono d'ordine corporale, cioè i corpi celesti; altri sono sostanze spirituali, cioè gli angeli. Non vi è dunque un evo soltanto.

3. Siccome evo è nome di durata, cose che hanno un solo evo, hanno anche una sola durata. Ora, tutti gli esseri eviterni non hanno una sola durata; perché alcuni principiano ad essere dopo gli altri, come è chiaro massime delle anime umane. Non vi è dunque un evo solo.

4. Enti tra loro indipendenti non pare che abbiano una sola misura di durata: la ragione infatti per cui tutte le cose temporanee sembrano soggette a un unico tempo, è che di tutti i movimenti è causa, in qualche maniera, il primo moto, il quale per primo è misurato dal tempo. Ora, gli esseri eviterni non dipendono l'uno dall'altro; perché un angelo non è causa d'un altro angelo. Dunque non vi è un evo solo.

IN CONTRARIO: L'evo è più semplice del tempo e si accosta di più all'eternità. Ora, il tempo è uno solo. Dunque con più ragione l'evo.

RISPONDO: Su questo punto vi sono due opinioni: c'è chi dice che vi è un solo evo, e c'è chi dice che ve ne sono molti. Per sapere quale delle due sia la più vera, bisogna considerare donde deriva l'unità del tempo: perché alla conoscenza delle cose spirituali noi arriviamo mediante le corporali. Dunque, dicono alcuni che per tutte le cose temporali vi è un solo tempo perché una sola è la serie dei numeri per tutte le cose numerate: infatti, secondo Aristotele, il tempo non è che numero. - Ma la ragione è insufficiente, perché il tempo non è un numero preso come astratto e separato dalle cose numerate, ma come ad esse inerente, ché altrimenti non sarebbe continuo: così dieci braccia di panno non sono continue a causa del numero (10), ma del numerato (cioè del panno stesso). Ora, il numero come si trova in concreto nelle cose numerate non è identico per tutte, ma diverso per ogni cosa diversa.
Quindi altri assegnano come causa dell'unità del tempo l'unità dell'eternità, la quale è il principio di ogni durata. E così, tutte le durate sono una cosa sola, se si considera il loro principio; ma sono molte, se si considera la diversità degli esseri che ricevono la loro durata dall'influsso della prima causa. Altri invece assegnano come causa dell'unità del tempo la materia prima, la quale è il primo soggetto del movimento, la cui misura è il tempo. - Ma nessuna di queste due spiegazioni è sufficiente, perché le cose che hanno in comune la causa o il soggetto, specie se remoto, non sono una cosa unica in senso pieno e assoluto, ma in senso relativo.
La vera ragione dell'unità del tempo è dunque l'unità del primo moto, il quale, essendo semplicissimo, regola tutti gli altri, come insegna Aristotele. Così dunque il tempo non sta in relazione con quel moto soltanto come la misura col misurato, ma anche come l'accidente col soggetto, e così riceve da esso la sua unità. Rispetto agli altri moti invece dice un rapporto solo come una misura al misurato. Per cui non si moltiplica col moltiplicarsi di essi, perché un'unica misura separata è buona per misurare innumerevoli oggetti.
Posto ciò, bisogna sapere che riguardo alle sostanze spirituali vi fu doppia opinione. Alcuni, come Origene, hanno sostenuto che tutte quante son derivate da Dio uguali tra loro; o, per lo meno, come altri han detto, molte di esse. Invece altri hanno detto che tutte le sostanze spirituali sono provenute da Dio secondo una certa gerarchia e con un certo ordine. Tale sembra essere il sentire di Dionigi, il quale asserisce che tra le sostanze spirituali vi sono le prime, le intermedie e le ultime, anche in un medesimo ordine di angeli. Secondo la prima opinione, dunque, è necessario dire che vi sono più evi, in quanto che vi sono più eviterni primi ed eguali. Invece secondo l'altra opinione bisogna dire che vi è un solo evo; perché, essendo ogni cosa misurata con ciò che vi è di più semplice nel suo genere, come dice Aristotele, è necessario ammettere che l'essere di tutti gli eviterni abbia per misura l'essere del primo eviterno, il quale è tanto più semplice quanto più eccelso. E poiché questa seconda opinione è la più vera come dimostreremo in seguito, ammettiamo fin da ora che vi è un solo evo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Evo, qualche volta, si prende per secolo, il quale è un periodo di durata di qualche cosa: ed in questo senso si dice che ci sono molti evi, come molti secoli.

2. Sebbene i corpi celesti e le creature spirituali differiscano nella loro natura generica; tuttavia convengono in questo, che tutti hanno l'essere intrasmutabile, e per questo hanno per misura l'evo.

3. Neanche le cose temporali nascono tutte insieme, e tuttavia hanno un unico tempo, perché la prima (di esse) è misurata dal tempo. Così tutti gli eviterni hanno un unico evo a motivo del primo tra essi, anche se non cominciano tutti insieme.

4. Perché più cose abbiano una stessa misura non si richiede che una sia causa di tutte le altre; basta che sia la più semplice.