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lunedì 26 marzo 2012

Benedetto XVI: "Dio vuole che siamo sempre felici"

Angelus di Papa Benedetto XVI - 25 Marzo 2012

VIAGGIO APOSTOLICO IN MESSICO E NELLA REPUBBLICA DI CUBA
(23-29 MARZO 2012)

BENEDETTO XVI

ANGELUS

León, Parco Expo Bicentenario
V Domenica di Quaresima, 25 marzo 2012

Cari fratelli e sorelle,

nel Vangelo di questa domenica, Gesù parla del chicco di frumento che cade in terra, muore e si moltiplica, rispondendo ad alcuni greci che si avvicinano all’apostolo Filippo per chiedergli: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21). Noi oggi invochiamo Maria Santissima e la supplichiamo: “Mostraci Gesù”.

Nel recitare ora l’Angelus ricordando l’Annunciazione del Signore, anche i nostri occhi si dirigono spiritualmente fino al colle del Tepeyac, al luogo dove la Madre di Dio, sotto il titolo di “la sempre vergine santa Maria di Guadalupe”, è onorata con fervore da secoli, quale segno di riconciliazione e della infinita bontà di Dio per il mondo.

I miei Predecessori sulla Cattedra di san Pietro la onorarono con titoli speciali come Signora del Messico, Celeste Patrona dell’America Latina, Madre e Imperatrice di questo Continente. I suoi fedeli figli, a loro volta, che sperimentano il suo aiuto, la invocano, pieni di fiducia, con nomi affettuosi e familiari come Rosa del Messico, Signora del Cielo, Vergine “Morena”, Madre del Tepeyac, Nobile “Indita”.

Cari fratelli, non dimenticate che la vera devozione alla Vergine Maria ci avvicina sempre a Gesù, e “non consiste né in uno sterile e passeggero sentimentalismo, né in una certa qual vaga credulità, ma procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della Madre di Dio, e siamo spinti al filiale amore verso la Madre nostra e all'imitazione delle sue virtù”(Lumen gentium, 67).

Amarla significa impegnarsi ad ascoltare il suo Figlio; venerare la Guadalupana significa vivere secondo le parole del frutto benedetto del suo seno.

In questi momenti in cui tante famiglie si ritrovano divise e costrette all’emigrazione, molte soffrono a causa della povertà, della corruzione, della violenza domestica, del narcotraffico, della crisi di valori o della criminalità, rivolgiamoci a Maria alla ricerca di conforto, vigore e speranza. E’ la Madre del vero Dio, che invita a rimanere con la fede e la carità sotto la sua ombra, per superare così ogni male e instaurare una società più giusta e solidale.

Con questi sentimenti, desidero porre nuovamente sotto il dolce sguardo di Nostra Signora di Guadalupe questo Paese e tutta l’America Latina e i Caraibi. Affido ciascuno dei suoi figli alla Stella della prima e della nuova evangelizzazione, che ha animato con il suo amore materno la storia cristiana di queste terre, dando caratteristiche particolari ai grandi avvenimenti della loro storia, alle loro iniziative comunitarie e sociali, alla vita familiare, alla devozione personale e alla Misiòn continental che ora si sta svolgendo in queste nobili terre. In tempi di prova e dolore, Ella è stata invocata da tanti martiri che, al grido “Viva Cristo Re e Maria di Guadalupe”, hanno dato una perenne testimonianza di fedeltà al Vangelo e di dedizione alla Chiesa. Supplico ora che la sua presenza in questa cara Nazione continui a richiamare al rispetto, alla difesa e alla promozione della vita umana e al consolidamento della fraternità, evitando l’inutile vendetta ed allontanando l’odio che divide. Santa Maria di Guadalupe ci benedica e ci ottenga, per sua intercessione, abbondanti grazie dal Cielo.

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

domenica 25 marzo 2012

Video Vangelo: V Domenica di Quaresima

Chi vogliamo vedere?

5^ Domenica di Quaresima
(Gv. 12, 20-33) 

Che simpatici questi Greci! Erano degli stranieri saliti a Gerusalemme per la festa di Pasqua. La venuta del Maestro non era passata inosservata per nessuno: anche questi Greci, giunti nella città santa per celebrare la Pasqua erano rimasti colpiti dalla sua grande popolarità e avevano detto a Filippo che volevano vedere Gesù.
Filippo l’aveva poi detto ad Andrea ed entrambi erano andati a dirlo al Signore

• Sappiamo comunicare?

Bello questo intreccio comunicativo tra i Greci, Filippo, Andrea e Gesù. Vedete com’è importante la comunicazione? Da lì procede l’incontro e la conoscenza delle persone. Ma perché si rivolgono a Filippo e questi ad Andrea? Perché erano gli unici, tra i discepoli, ad avere un nome greco; gli altri avevano tutti nomi ebraici. Visto che Filippo era di Betsaida, probabilmente conosceva il greco, perché Betsaida era una delle dieci città della Decapoli, cioè quelle città della Palestina dove si parlava il greco e si seguivano usanze elleniste, essendo sotto l’influenza e la cultura greca.
Ciò che mi colpisce di più è proprio questa richiesta “Vogliamo vedere Gesù!” Ecco il punto! Lo vogliamo veramente vedere noi, i greci di oggi, cioè quelli che non sono nati ebrei? Oppure vogliamo vedere di tutto e ci sentiamo attirati da tutto fuorché da Gesù? Non è una domanda scontata, sapete! Il punto cruciale della domanda non è la seconda parte , ma la prima. Gesù è sempre lì che aspetta, ma noi lo vogliamo veramente vedere? Vedere Gesù è un conto: VOLERLO vedere è un altro. Vedere, lo vedevano anche scribi e farisei, ma di lui non ne vollero sapere…

• Da che parte guardiamo?

Ma speriamo che tutti noi – almeno quanti leggiamo queste righe – abbiamo veramente questo desiderio di vedere Gesù. Ammesso questo dobbiamo però chiederci da che parte dobbiamo guardare per vederlo; e se vogliamo veramente guardare da quella parte. Perché la parte giusta è quella della Croce. “Quando sarò innalzato attirerò tutti a me”. Alzi la mano chi vuole guardare per di là! Se guardiamo da tutt’altra parte, non lo vediamo. Credo dunque che la difficoltà stia proprio qui: vogliamo vedere Gesù, ma nessuno vuole guardare da quella parte. Perdere la propria vita, morire come un chicco di grano nelle profondità della terra per portare frutto, trovare la gioia nella rinuncia, ecco una logica che il mondo non conosce e l’uomo carnale non capisce! Per costui portare frutto significa avere successo, sfondare, brillare, conquistare, dominare ecc. Ma Gesù ci dà alcune dritte che sono diametralmente all’opposto!
Questa è la sezione finale della sua vita pubblica: la sua esistenza sta volgendo al termine.
Termine drammatico e molto temuto dal Signore: “Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre glorifica il tuo nome” .

• La voce del PADRE

Venne allora una voce dal Cielo: “L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò”. Vi rendete conto? UDIRONO LA VOCE DEL PADRE! Non vorreste anche voi udire la voce del Padre? I Giudei la sentirono, ma non capirono che era LUI, credevano fosse un tuono… Eppure Gesù precisò: “questa voce non è venuta per me, ma per voi”. Per loro dunque! Ma anche per noi! Lui lo sapeva benissimo che la strada regale era quella della croce e del morire come un chicco di grano; siamo noi che non lo sappiamo, o non lo vogliamo sapere. E sì che Gesù, con le folle che gli correvano dietro avrebbe potuto conquistare il mondo seguendo la via facile, ma va da tutt’altra parte. E solo dopo aver preso quell’altra strada, si ode la voce dal cielo. “L’ho glorificato e ancora lo glorificherò”. Dio in persona parla e ratifica la decisione di Gesù dicendo che ha preso la giusta direzione. Ora tocca a noi prendere la strada giusta. E dopo sentiremo anche noi la voce del Padre.

Wilma Chasseur

venerdì 23 marzo 2012

Elvira - Figlia spirituale di Padre Pio - XXVI

Continuiamo a scoprire la figura di Elvira, figlia spirituale di San Pio da Pietrelcina; nell'appuntamento odierno l'attenzione è ancora incentrata su Elvira e il suo cenacolo:

CAPITOLO V
IL CENACOLO DELLA S.S. TRINITÀ

I GIOVANI

Per alcune di queste ragazze l'inserimento nel Cenacolo è avvenuto dopo una lunga maturazione. Una di loro racconta: "Quando anche per me accadde l'inevitabile e l'infanzia cominciò a lasciare il posto all’adolescenza, il mio cristianesimo divenne lentamente sempre più superficiale e la mia regolare partecipazione alle Messe domenicali assunse il carattere di una mera formalità. In un certo senso ero cristiana solo per tradizione ed anche se spesso sentivo l’esigenza di vivere il mio cattolicesimo in un modo più profondo e più coerente, non trovavo attorno a me chi mi aiutasse a farlo. Non riuscivo ad accettare le posizioni di certi gruppi che trasformavano Dio solo in un fatto politico o in un impegno sociale.

No, Dio non era questo, o per lo meno non era solo questo, ma allora chi era? Il Dio a cui donarsi, per cui sacrificarsi, il Dio d amore che avevo conosciuto ed amato durante la mia infanzia, dunque non esisteva?

Vennero le crisi esistenziali. Chi ero? Dove andavo? Perché vivevo? Giorni di dolore orgogliosamente taciuti a tutti, notti agitate di pianto in cui i peggiori pensieri mi passarono per la mente. Non ho conosciuto un momento più drammatico di quello, ma Iddio ebbe pietà di me, della mia confusione e mi venne in aiuto tramite una donna che frequentava un Gruppo di Preghiera denominato "Il Cenacolo". Per quello che questa donna mi disse, il nodo che si era formato nella mia anima si sciolse e mi ritrovai a piangere ai piedi della croce che c'è nella mia stanza, recitando il Rosario.

Nonostante questo, però, non pensavo di entrare a far parte del Cenacolo. Mi limitavo ad unirmi spiritualmente in preghiera con le anime di quelle persone che in gran parte non conoscevo, ma che ammiravo per la testimonianza di vero cristianesimo che davano con il loro esempio. Forse non volevo neppure entrare a farne parte perché, nonostante il cambia­mento che stava avvenendo in me, continuavo a sentire come molto scomodo, per la mia pigrizia e per la mia vigliaccheria, vivere con completa coerenza la vita del Cenacolo, senza so­prattutto quel rispetto umano in cui io mi crogiolavo molto comodamente; e tuttavia era proprio quella fermezza, quella chiarezza che mi attirava.

In definitiva non fui io a scegliere, ma fu il cielo a disporre una serie di coincidenze che mi convinsero ad iniziare a frequentare il Cenacolo. Ora non ci sono parole per dire quanto mi sia stato dato in serenità e pace. "

Un'altra ragazza candidamente confessa: "Io ne sapevo poco di Dio, o è più esatto dire che i divertimenti, le attrazioni, le esperienze mondane mi interessavano molto di più e cercavo in tutto e per tutto di assomigliare il più possibile alle mie compagne. Andavo la domenica alla Messa, ma con molta indifferenza e senza riflettere. Quando misi piede nel Cenacolo mi colpì subito quell’atmosfera tutta particolare, mi fece molta impressione il fervore con cui pregavano quelle persone, persone di tutte le età, molte delle quali avevano un volto da cui traspariva tanta serenità e tanta pace.

Nonostante questo la mia conversione vera non avvenne all'istante, ma gradualmente, giorno per giorno. Cominciai col sentire una certa ripugnanza per le cose che fino allora avevo fatto, per i luoghi che fino allora avevo frequentato in compagnia di tante mie amiche e a poco a poco mi misi a tralasciarli, sentendomi sempre più attratta a frequentare quelle persone, a respirare quell’aria sana di preghiere che mi dava tanta pace interiore.

Da allora sono passati cinque anni ed ora vorrei che tutti scoprissero, come me, che la vera gioia non è un tesoro da cercare nel mondo, ma è un tesoro che è dentro di noi e che solo l’unione con Dio ci aiuta a scoprire. "

Consapevoli del dono grande che hanno ricevuto con questa chiamata, le ragazze non possono non guardare indietro ai mille pericoli che si sono lasciate alle spalle e non trarre le loro conclusioni: "Se non ci fosse stata Mamma Elvira ad insegnarci questa strada, chissà dove saremmo ora! Ci saremmo sicuramente perse, come tante altre ragazze che non hanno avuto la grazia di conoscere il Cenacolo!"

Questi giovani avvertono la vastità della loro chiamata e l'importanza di restare uniti. Si è instaurato fra loro uno straordinario rapporto di affetto fraterno, di stima, di reciproco rispetto, di vicendevole aiuto. Hanno scoperto cos'è l'amicizia vera.

"Qua dove sono io - scrive da Milano una di loro - sembra un mondo diverso. C'è quasi aria di ostilità ... Prima di farti un’amica vera, ma vera sul serio, ne passa del tempo! Qua di amici veri non ce ne sono. Alla minima cosa storta ti tradiscono subito e poi, appena le acque si sono calmate, tornano a guardarti in faccia come se nulla fosse successo. Di questi cambiamenti ne ho visti molti e mi hanno fatto molto male. Quante volte ho desiderato di essere là, nel Cenacolo, in mezzo ai miei amici veri!"

Non mancano certo, per i giovani del Cenacolo, momenti di sana allegria e giornate di svago. Particolarmente gradite sono quelle dei Pellegrinaggi che cominciano con la stagione primaverile e si protraggono per tutta l'estate. Hanno come meta i celebri Santuari Mariani disseminati per l'Italia o le Basiliche romane, con particolare attenzione per la Scala Santa, o la Porziuncola e il sacro monte di "LA VERNA" È bello avere per tutta la giornata la compagnia di Mamma Elvira che ha per tutti frasi scherzose e delicate attenzioni materne. Si prega, si canta, si gioca, si torna alla sera con tanta gioia nel cuore!

Questi giovani amano molto il canto e hanno dato vita a una apprezzata "schola cantorum".

Non li abbandona un istante la protezione della Madonna alla quale, ogni anno, nel corso di una commovente e solenne cerimonia, rinnovano la loro Consacrazione lasciandole pieno diritto di disporre di loro a suo piacimento, per la maggior gloria di Dio.

Maria Santissima è là, con le braccia aperte, ad attendere quanti altri volessero affidarsi a Lei in un desiderio di elevazione e di rinnovamento. I giovani sono la pupilla dei suoi occhi e ne vuole tanti, ne vuole a schiere immense.

A voi, giovani, raccogliere questo invito materno che è anche un grido di guerra, guerra a tutto il male che c'è nel mondo, in ogni sua forma, poiché saranno i giovani, con la generosa donazione di se stessi all'Immacolata Sposa dello Spirito Santo, coloro che salveranno questa povera umanità oramai votata al suicidio. La Vergine li aspetta per essere la loro Condottiera "bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come esercito schierato".

Allora, come cantano i ragazzi del Cenacolo,

"Con l'arma potente del santo Rosario

il capo al serpente Maria schiaccerà

e il Regno di Cristo su tutta la terra cessata ogni guerra radioso verrà."

mercoledì 21 marzo 2012

La Summa Teologica - Cinquantanovesima parte

Torna l'appuntamento di approfondimento della Summa Teologica di San Tommaso d'Aquino, un'opera che diede un fondamento scientifico, filosofico e teologico alla dottrina cristiana. Continuiamo a scoprire la parte dedicata al Trattato relativo all'essenza di Dio, e continuiamo a soffermarci sulla nostra conoscenza di Dio:

Prima parte
Trattato relativo all'essenza di Dio

La nostra conoscenza di Dio > Se l'intelletto creato per vedere l'essenza di Dio abbisogni di un qualche lume creato

Prima parte
Questione 12
Articolo 5



SEMBRA che l'intelletto creato per vedere l'essenza di Dio non abbisogni di un qualche lume creato. Infatti:
1. Nelle cose sensibili ciò che di suo è luminoso non abbisogna di altro lume per essere visto: quindi neppure in quelle intellettuali. Ora, Dio è luce intellettuale. Dunque non è visto per mezzo di una luce creata.

2. Vedere Dio attraverso un mezzo, non è vederlo per essenza. Ma se lo vediamo con un lume creato lo vediamo attraverso un mezzo. Quindi non lo si vede per essenza.

3. Niente impedisce che ciò che è creato sia naturale ad una qualche creatura. Se dunque l'essenza di Dio è vista mediante un lume creato, un tal lume potrà essere naturale a qualche creatura. E così quella creatura per vedere Dio non abbisognerà di alcun altro lume: ciò che è impossibile. Non è dunque necessario che ogni creatura per vedere l'essenza di Dio abbia una luce supplementare.

IN CONTRARIO: Nei Salmi sta scritto: "nella tua luce noi vedremo la luce".

RISPONDO: Tutto ciò che viene elevato a qualche cosa che supera la sua natura, ha bisogno d'esservi disposto con una disposizione superiore a questa natura: come l'aria, per prendere la forma del fuoco, deve esservi disposta con una disposizione connaturale a tale forma. Ora, quando un intelletto creato vede Dio per essenza, la stessa essenza di Dio diventa la forma intelligibile dell'intelletto. Quindi bisogna che gli si aggiunga una disposizione soprannaturale perché possa elevarsi a tanta sublimità. Siccome dunque la potenza naturale dell'intelletto creato è insufficiente a vedere l'essenza di Dio, come si è dimostrato, è necessario che per grazia divina gli venga accresciuta la capacità d'intendere. E questo accrescimento di potenza intellettiva la chiamiamo illuminazione dell'intelletto; come lo stesso intelligibile si chiama lume o luce. E questa è la luce della quale si dice: "la gloria di Dio l'ha illuminata", cioè la società dei beati contemplatori di Dio. In forza di questa luce i beati diventano deiformi, cioè simili a Dio, secondo il detto della Sacra Scrittura: "quando (Dio) si manifesterà, saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il lume creato è necessario per vedere l'essenza di Dio, non nel senso che per questa luce diventi intelligibile l'essenza di Dio, la quale è intelligibile di per sé; ma perché l'intelletto diventa capace d'intendere al modo stesso che ogni altra facoltà per una disposizione abituale diventa più valida a compiere il suo atto. Così anche la luce corporale è necessaria per vedere gli oggetti, in quanto rende il mezzo trasparente in atto, per poter essere mosso dal colore.

2. Un tal lume non si richiede per vedere l'essenza di Dio come una immagine nella quale si debba vedere Dio; ma quale perfezionamento dell'intelletto, per corroborarlo a tale visione. E perciò si può dire che non è un mezzo nel quale si veda Dio; ma un mezzo in forza del quale è visto. E ciò non toglie l'immediatezza della visione di Dio.

3. Una disposizione alla forma del fuoco non può essere naturale se non a ciò che ha effettivamente la forma del fuoco. Quindi il lume di gloria non può essere naturale alla creatura se non nel caso che tale creatura fosse di natura divina, il che è assurdo. Infatti solo per tale lume la creatura razionale diventa deiforme, come si è detto.

martedì 20 marzo 2012

Riscoprire i Santi - San Giovanni Nepomuceno

Torna l'appuntamento settimanale, volto alla scoperta dei nostri cari Santi! Oggi la Chiesa Cattolica celebra San Giovanni Nepomuceno Sacerdote e martire:

Il suo culto dovrebbe tornare in auge, visti i sempre maggiori rischi di alluvioni ed esondazioni che minacciano il nostro territorio. Ma lui, Giovanni di Nepomuk, che di ponti acque ed alluvioni varie da sempre è il protettore, emerge dalle nebbie della storia in contorni un po’ sfocati al punto che nei primi decenni del secolo scorso ne fu messa in dubbio addirittura l’esistenza e pertanto numerose sue statue sono state abbattute o rimosse. Cominciamo subito dalla tradizione più antica, messa in dubbio specialmente in ambito protestante, in cui si parla dell’eroismo di un certo “Magister Jan”, originario di Nepomuk in Boemia, che pur di non tradire il segreto della confessione viene gettato vivo nella Moldava, morendovi per affogamento. Protagonisti di questo macabro fatto di cronaca nera che si tinge di martirio, oltre al già citato prete Giovanni, c’è naturalmente un re corrotto e vizioso, non a caso ribattezzato il “re fannullone”, quasi a confermare che l’ozio è davvero il padre dei vizi. E poiché, sempre per rimanere nell’ambito della sapienza popolare, “chi ha il difetto ha il sospetto”, ritiene che viziosi al pari di lui debbano essere tutti, a cominciare dalla regina sua moglie, da lui quotidianamente tradita con le cortigiane di turno e dalla quale ovviamente pretende una fedeltà adamantina. E tale è davvero questa povera regina, che nella fede ha cercato conforto alla sua disastrata situazione coniugale, trascorrendo ore intere in preghiera e accostandosi spesso alla confessione dal prete Giovanni, ottimo predicatore e famoso direttore di coscienze. Nella mente malata di re Venceslao si è introdotto intanto anche il tarlo della gelosia, che prima gli fa immaginare una tresca della moglie con il confessore e poi l’esistenza di un amante di cui il prete non può non essere a conoscenza. Crede di averne conferma il giorno in cui questi lo svergogna nel bel mezzo di un pranzo luculliano, davanti ad illustri ospiti, perché lo ha sentito ordinare, forse per scherzo, certamente con dubbio gusto, di far arrostire il cuoco che non ha fatto cuocere bene l’arrosto. Il prete Giovanni, che sa fin troppo bene di cosa sia capace la testa matta del re, gli urla in faccia i suoi doveri di sovrano e di cristiano. Re Venceslao se la lega al dito e giura a se stesso di fargliela pagare; così un giorno, prima con le buone, poi con le minacce, gli ordina di raccontare per filo e per segno cosa la regina gli ha detto in confessione, nella speranza di sapere così finalmente qualcosa sulle di lei presunte vicende amorose. Non ha però fatto i conti con la ferma volontà e l’eroismo del prete Giovanni, che fermamente convinto dell’inviolabilità della confessione gli oppone un netto rifiuto. Il re si vendica così di questo e dell’altro “sgarbo” facendolo gettare di notte nel fiume, il 20 marzo 1393; oggi ancora si indica il posto esatto del ponte da dove sarebbe stato gettato e la gente qui passando si toglie il cappello, perché quel prete è stato subito venerato come martire e, per via della morte che ha fatto, lo invocano contro tutti i danni e i pericoli che possono venire dall’acqua. All’epoca della Controriforma, poi, i Gesuiti ne propagandano il culto in polemica con la teologia protestante che rifiuta il carattere sacramentale della confessione, e così Giovanni da Nepomuk (o Nepomuceno) diventa il “martire del confessionale”. Sarà per questo motivo, o forse piuttosto perché le cronache si sono intrecciate e confuse, che compare un altro (o sempre il medesimo?) prete Giovanni, sempre di Nepomuk, intelligente, culturalmente ben equipaggiato, benvoluto dall’arcivescovo di Praga che lo vuole suo vicario. Sullo sfondo sempre il medesimo re Venceslao, che secondo questa tradizione, oltre che vizioso e corrotto, si dimostra anche usurpatore dei diritti della Chiesa. Per i suoi intrighi politici vorrebbe trasformare un’abbazia in sede vescovile da assegnare a persona di suo gradimento, ma anche in questo caso si scontra con l’intransigente volontà di Giovanni, che non gli cede neanche sotto le torture e che per questo viene gettato nel fiume il 16 maggio 1383. Certamente meno suggestiva della prima, anche questa tradizione conferma in ogni caso la resistenza del prete Giovanni allo strapotere del re e nulla, almeno in teoria, vieterebbe che, di entrambe potrebbe essere stato protagonista l’unico eroico prete. Perché da un prete che, per non tradire la confessione, si lascia anche ammazzare ci si può aspettare di tutto.

 Autore: Gianpiero Pettiti