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mercoledì 4 agosto 2010

Fides et ratio - La sapienza tutto conosce e tutto comprende

Torna l'appuntamento settimanale con la Lettera Enciclica del Venerabile Giovanni Paolo II "Fides et Ratio", per riflettere sui rapporti tra fede e ragione:


CAPITOLO II

CREDO UT INTELLEGAM


« La sapienza tutto conosce e tutto comprende » (Sap 9, 11)

16. Quanto profondo sia il legame tra la conoscenza di fede e quella di ragione è indicato già nella Sacra Scrittura con spunti di sorprendente chiarezza. Lo documentano soprattutto i Libri sapienziali. Ciò che colpisce nella lettura, fatta senza preconcetti, di queste pagine della Scrittura è il fatto che in questi testi venga racchiusa non soltanto la fede di Israele, ma anche il tesoro di civiltà e di culture ormai scomparse. Quasi per un disegno particolare, l'Egitto e la Mesopotamia fanno sentire di nuovo la loro voce ed alcuni tratti comuni delle culture dell'antico Oriente vengono riportati in vita in queste pagine ricche di intuizioni singolarmente profonde.

Non è un caso che, nel momento in cui l'autore sacro vuole descrivere l'uomo saggio, lo dipinga come colui che ama e ricerca la verità: « Beato l'uomo che medita sulla sapienza e ragiona con l'intelligenza, considera nel cuore le sue vie, ne penetra con la mente i segreti. La insegue come uno che segue una pista, si apposta sui suoi sentieri. Egli spia alle sue finestre e sta ad ascoltare alla sua porta. Fa sosta vicino alla sua casa e fissa un chiodo nelle sue pareti; alza la propria tenda presso di essa e si ripara in un rifugio di benessere; mette i propri figli sotto la sua protezione e sotto i suoi rami soggiorna; da essa sarà protetto contro il caldo, egli abiterà all'ombra della sua gloria » (Sir 14, 20-27).

Per l'autore ispirato, come si vede, il desiderio di conoscere è una caratteristica che accomuna tutti gli uomini. Grazie all'intelligenza è data a tutti, sia credenti che non credenti, la possibilità di « attingere alle acque profonde » della conoscenza (cfr Pro 20, 5). Certo, nell'antico Israele la conoscenza del mondo e dei suoi fenomeni non avveniva per via di astrazione, come per il filosofo ionico o il saggio egiziano. Ancor meno il buon israelita concepiva la conoscenza con i parametri propri dell'epoca moderna, tesa maggiormente alla divisione del sapere. Nonostante questo, il mondo biblico ha fatto confluire nel grande mare della teoria della conoscenza il suo apporto originale.

Quale? La peculiarità che distingue il testo biblico consiste nella convinzione che esista una profonda e inscindibile unità tra la conoscenza della ragione e quella della fede. Il mondo e ciò che accade in esso, come pure la storia e le diverse vicende del popolo, sono realtà che vengono guardate, analizzate e giudicate con i mezzi propri della ragione, ma senza che la fede resti estranea a questo processo. Essa non interviene per umiliare l'autonomia della ragione o per ridurne lo spazio di azione, ma solo per far comprendere all'uomo che in questi eventi si rende visibile e agisce il Dio di Israele. Conoscere a fondo il mondo e gli avvenimenti della storia non è, pertanto, possibile senza confessare al contempo la fede in Dio che in essi opera. La fede affina lo sguardo interiore aprendo la mente a scoprire, nel fluire degli eventi, la presenza operante della Provvidenza. Un'espressione del libro dei Proverbi è significativa in proposito: « La mente dell'uomo pensa molto alla sua via, ma il Signore dirige i suoi passi » (16, 9). Come dire, l'uomo con la luce della ragione sa riconoscere la sua strada, ma la può percorrere in maniera spedita, senza ostacoli e fino alla fine, se con animo retto inserisce la sua ricerca nell'orizzonte della fede. La ragione e la fede, pertanto, non possono essere separate senza che venga meno per l'uomo la possibilità di conoscere in modo adeguato se stesso, il mondo e Dio.

17. Non ha dunque motivo di esistere competitività alcuna tra la ragione e la fede: l'una è nell'altra, e ciascuna ha un suo spazio proprio di realizzazione. E sempre il libro dei Proverbi che orienta in questa direzione quando esclama: « E gloria di Dio nascondere le cose, è gloria dei re investigarle » (Pro 25, 2). Dio e l'uomo, nel loro rispettivo mondo, sono posti in un rapporto unico. In Dio risiede l'origine di ogni cosa, in Lui si raccoglie la pienezza del mistero, e questo costituisce la sua gloria; all'uomo spetta il compito di investigare con la sua ragione la verità, e in ciò consiste la sua nobiltà. Un'ulteriore tessera a questo mosaico è aggiunta dal Salmista quando prega dicendo: « Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio; se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora » (139 [138], 17-18). Il desiderio di conoscere è così grande e comporta un tale dinamismo, che il cuore dell'uomo, pur nell'esperienza del limite invalicabile, sospira verso l'infinita ricchezza che sta oltre, perché intuisce che in essa è custodita la risposta appagante per ogni questione ancora irrisolta.

18. Possiamo dire, pertanto, che Israele con la sua riflessione ha saputo aprire alla ragione la via verso il mistero. Nella rivelazione di Dio ha potuto scandagliare in profondità quanto con la ragione cercava di raggiungere senza riuscirvi. A partire da questa più profonda forma di conoscenza, il popolo eletto ha capito che la ragione deve rispettare alcune regole di fondo per poter esprimere al meglio la propria natura. Una prima regola consiste nel tener conto del fatto che la conoscenza dell'uomo è un cammino che non ha sosta; la seconda nasce dalla consapevolezza che su tale strada non ci si può porre con l'orgoglio di chi pensa che tutto sia frutto di personale conquista; una terza si fonda nel « timore di Dio », del quale la ragione deve riconoscere la sovrana trascendenza ed insieme il provvido amore nel governo del mondo.

Quando s'allontana da queste regole, l'uomo s'espone al rischio del fallimento e finisce per trovarsi nella condizione dello « stolto ». Per la Bibbia, in questa stoltezza è insita una minaccia per la vita. Lo stolto infatti si illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali. Ciò gli impedisce di porre ordine nella sua mente (cfr Pro 1, 7) e di assumere un atteggiamento adeguato nei confronti di se stesso e dell'ambiente circostante. Quando poi giunge ad affermare « Dio non esiste » (cfr Sal 14 [13], 1), rivela con definitiva chiarezza quanto la sua conoscenza sia carente e quanto lontano egli sia dalla verità piena sulle cose, sulla loro origine e sul loro destino.

19. Alcuni testi importanti, che gettano ulteriore luce su questo argomento, sono contenuti nel Libro della Sapienza. In essi l'Autore sacro parla di Dio che si fa conoscere anche attraverso la natura. Per gli antichi lo studio delle scienze naturali coincideva in gran parte con il sapere filosofico. Dopo aver affermato che con la sua intelligenza l'uomo è in grado di « comprendere la struttura del mondo e la forza degli elementi [...] il ciclo degli anni e la posizione degli astri, la natura degli animali e l'istinto delle fiere » (Sap 7, 17.19-20), in una parola, che è capace di filosofare, il testo sacro compie un passo in avanti di grande rilievo. Ricuperando il pensiero della filosofia greca, a cui sembra riferirsi in questo contesto, l'Autore afferma che, proprio ragionando sulla natura, si può risalire al Creatore: « Dalla grandezza e bellezza delle creature, per analogia si conosce l'autore » (Sap 13, 5). Viene quindi riconosciuto un primo stadio della Rivelazione divina, costituito dal meraviglioso « libro della natura », leggendo il quale, con gli strumenti propri della ragione umana, si può giungere alla conoscenza del Creatore. Se l'uomo con la sua intelligenza non arriva a riconoscere Dio creatore di tutto, ciò non è dovuto tanto alla mancanza di un mezzo adeguato, quanto piuttosto all'impedimento frapposto dalla sua libera volontà e dal suo peccato.

20. La ragione, in questa prospettiva, viene valorizzata, ma non sopravvalutata. Quanto essa raggiunge, infatti, può essere vero, ma acquista pieno significato solamente se il suo contenuto viene posto in un orizzonte più ampio, quello della fede: « Dal Signore sono diretti i passi dell'uomo e come può l'uomo comprendere la propria via? » (Pro 20, 24). Per l'Antico Testamento, pertanto, la fede libera la ragione in quanto le permette di raggiungere coerentemente il suo oggetto di conoscenza e di collocarlo in quell'ordine supremo in cui tutto acquista senso. In una parola, l'uomo con la ragione raggiunge la verità, perché illuminato dalla fede scopre il senso profondo di ogni cosa e, in particolare, della propria esistenza. Giustamente, dunque, l'autore sacro pone l'inizio della vera conoscenza proprio nel timore di Dio: « Il timore del Signore è il principio della scienza » (Pro 1, 7; cfr Sir 1, 14).


martedì 3 agosto 2010

Video Vangelo: Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi

L'uomo non separi ciò che Dio ha congiunto


"In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «E lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: "Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola"? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi»."

Qual è il senso di questo passo? Il suo senso è che l'uomo e la donna, una volta che si uniscono nel sacro vincolo del matrimonio, non devono più essere separati perchè il loro legame è stato reso tale da Dio stesso. Oggigiorno, invece, assistiamo alla demolizione progressiva del vincolo matrimoniale, dovuta anche grazie alle legislazioni civili che hanno reso il divorzio. una pratica sempre più semplice e accessibile. Ci sono Paesi nel mondo, dove il divorzio si può esercitare persino in meno di tre mesi! In Italia, ci sono voci di chi vorrebbe ridurre notevolmente il tempo utile per poter presentare domanda giudiziale di divorzio. Tutto questo incide negativamente sul valore sacro del matrimonio e anche sui figli che si ritrovano a vivere in situazioni familiari alquanto grottesche. Inoltre, le nuove generazioni, non pensano nemmeno al matrimonio in senso indissolubile, ma lo vedono come un legame (più giuridico che morale-religioso) che si può interrompere quando si vuole. Ciò significa, che alla prima difficoltà, ci si arriva a separare e divorziare, come se niente fosse. E poi ci si chiede perchè la Chiesa nega l'Eucaristia ai divorziati... Oggi, presentiamo, un articolo di Avvenire che presenta gli ultimi dati Istat sulle separazioni e i divorzi: il risultato è molto preoccupante e a tratti sconvolgente (specie in rapporto ai figli). Il nostro grido, che è anche quello di Gesù Cristo, è di non spezzare, in alcun modo, un legame santificato dalle promesse solenni recitate dinanzi a Dio. Ricordate che il matrimonio non è celebrato dinanzi al sacerdote, ma dinanzi a Dio e per questo deve essere salvaguardato in ogni modo (lottando e non separandosi alle prime difficoltà):

"Ancora in crescita le separazioni e i divorzi in Italia, fenomeno che, dal 1995, non conosce, purtroppo, flessione. Di contro, calano nuovamente i matrimoni. È il quadro, preoccupante, tracciato ieri dall’Istat che ha presentato i dati su separazioni e divorzi pronunciati da tribunali italiani nel 2008. Complessivamente, le separazioni sono state 84.165 e i divorzi 54.351, con un incremento rispettivamente del 3,4 e del 7,3% rispetto all’anno precedente. I matrimoni, invece, sono stati 246.613 rispetto ai 250.360 del 2007 e ai 290.009 del 1995. Se quindici anni fa si verificavano 158 separazioni e 80 divorzi ogni mille matrimoni, nel 2008 si è arrivati a 286 separazioni e 179 divorzi. Rispetto al 1995, inoltre, le separazioni hanno subito un incremento del 61% mentre i divorzi sono più che raddoppiati (+101%).

Al momento dell’iscrizione a ruolo del procedimento di separazione, la durata media del matrimonio è di 15 anni, mentre sale a 18 per i divorzi. L’età media dei coniugi che arrivano alla separazione è di circa 45 anni per i mariti e 41 per le mogli. Tuttavia, i ricercatori dell’Istat, pongono l’accento sul fatto che, soprattutto negli ultimi anni, si stia assistendo alla fine di unioni anche abbastanza lunghe. «Le separazioni oltre i dieci anni di matrimonio – fanno notare – sono più che raddoppiate dal 1995 ad oggi, quelle oltre i 25 anni sono quasi triplicate». Queste ultime, infatti, sono passate dalle 5.912 del 1995 alle 14.092 del 2008.

«Circa un quarto delle separazioni – rilevano all’Istat – proviene da matrimoni di durata pari o inferiore ai sei anni e oltre un divorzio su cinque ha riguardato unioni celebrate da meno di dieci anni».
Nella grande maggioranza dei casi (il 70% delle separazioni e il 62,4% dei divorzi), la divisione ha riguardato coppie con figli. Nel 2008, i figli coinvolti nella crisi coniugale dei propri genitori sono stati 102.165 nelle separazioni e 53.008 nei divorzi. Inoltre, più della metà (il 52,3%) delle separazioni e oltre un terzo (il 37,4%) dei divorzi provengono da matrimoni con almeno un figlio minore di 18 anni. Il numero di figli minori che sono stati affidati nel 2008 è stato pari a 65.727 nelle separazioni e a 26.592 nei divorzi.

«Analizzando la struttura per età dei figli affidati nelle separazioni – aggiungono dall’Istat – si nota come il 56,2% di questi ha meno di 11 anni. In caso di divorzio i figli sono generalmente più grandi: la quota di quelli al di sotto degli 11 anni scende al 35,4% del totale».
Fino al 2005, l’affidamento esclusivo dei figli alla madre è stata la tipologia largamente prevalente. Quell’anno, nell’80,7% delle separazioni e nell’82,7% dei divorzi, i figli minori sono stati affidati alla madre.

A partire dal 2006, in concomitanza con l’introduzione della legge 54, la quota di affidamenti concessi alla madre si è fortemente ridotta a vantaggio della nuova tipologia di affido condiviso. Il sorpasso vero e proprio è avvenuto nel 2007 (72,1% di separazioni con figli in affido condiviso contro il 25,6% di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre) per poi consolidarsi ulteriormente nel 2008 (78,8% di separazioni con figli in affido condiviso contro il 19,1% di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre)."


lunedì 2 agosto 2010

Commento al Vangelo del 1 agosto 2010 a cura di don Domenico Luciani

Angelus di Papa Benedetto XVI - 01 Agosto 2010


ANGELUS

Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Domenica, 1° agosto 2010





Cari fratelli e sorelle,

in questi giorni ricorre la memoria liturgica di alcuni Santi. Ieri abbiamo ricordato sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. Vissuto nel XVI secolo, si convertì leggendo la vita di Gesù e di Santi durante una lunga degenza causata da una ferita subita in battaglia. Rimase talmente impressionato da quelle pagine, che decise di seguire il Signore. Oggi ricordiamo sant’Alfonso Maria de’ Liguori, fondatore dei Redentoristi, vissuto nel XVIII secolo e proclamato patrono dei confessori dal Venerabile Pio XII. Ebbe la consapevolezza che Dio vuole tutti santi, ciascuno secondo il proprio stato, naturalmente. In questa settimana la liturgia ci propone, poi, sant’Eusebio, primo Vescovo del Piemonte, strenuo difensore della divinità di Cristo, e, infine, la figura di san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, che ha guidato con il suo esempio l’Anno Sacerdotale appena concluso, e alla cui intercessione nuovamente affido tutti i Pastori della Chiesa. Impegno comune di questi Santi è stato quello di salvare le anime e di servire la Chiesa con i rispettivi carismi, contribuendo a rinnovarla e ad arricchirla. Questi uomini hanno acquistato “un cuore saggio” (Sal 89,12), accumulando ciò che non si corrompe e scartando quanto è irrimediabilmente mutevole nel tempo: il potere, la ricchezza e gli effimeri piaceri. Scegliendo Dio hanno posseduto ogni cosa necessaria, pregustando fin dalla vita terrena l’eternità (cfr Qo, 1-5).

Nel Vangelo dell’odierna domenica, l’insegnamento di Gesù riguarda proprio la vera saggezza ed è introdotto dalla domanda di uno della folla: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità» (Lc 12,13). Gesù, rispondendo, mette in guardia gli ascoltatori dalla brama dei beni terreni con la parabola del ricco stolto, il quale, avendo accumulato per sé un abbondante raccolto, smette di lavorare, consuma i suoi beni divertendosi e s’illude persino di poter allontanare la morte. «Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”» (Lc 13,20). L’uomo stolto nella Bibbia è colui che non vuole rendersi conto, dall’esperienza delle cose visibili, che nulla dura per sempre, ma tutto passa: la giovinezza come la forza fisica, le comodità come i ruoli di potere. Far dipendere la propria vita da realtà così passeggere è, dunque, stoltezza. L’uomo che confida nel Signore, invece, non teme le avversità della vita, neppure la realtà ineludibile della morte: è l’uomo che ha acquistato “un cuore saggio”, come i Santi.

Nel rivolgere la nostra preghiera a Maria Santissima, desidero ricordare altre ricorrenze significative: domani si potrà lucrare l’indulgenza detta della Porziuncola o “il Perdono di Assisi”, che san Francesco ottenne, nel 1216, dal Papa Onorio III; giovedì 5 agosto, commemorando la Dedicazione della Basilica di S. Maria Maggiore, onoreremo la Madre di Dio acclamata con questo titolo nel concilio di Efeso del 431, e venerdì prossimo, anniversario della morte di Papa Paolo VI, celebreremo la festa della Trasfigurazione del Signore. La data del 6 agosto, considerata il culmine della luce estiva, fu scelta per significare che lo splendore del Volto di Cristo illumina il mondo intero.

Angelus Domini …

Dopo l'Angelus

Desidero esprimere vivo compiacimento per l’entrata in vigore, proprio oggi, della Convenzione sul bando delle munizioni a grappolo che provocano danni inaccettabili ai civili. Il mio primo pensiero va alle numerose vittime che hanno sofferto e continuano a soffrire gravi danni fisici e morali, fino alla perdita della vita, a causa di questi insidiosi ordigni, la cui presenza sul terreno spesso ostacola a lungo la ripresa delle attività quotidiane di intere comunità. Con l’entrata in vigore della nuova Convenzione, alla cui adesione esorto tutti gli Stati, la Comunità internazionale ha dimostrato saggezza, lungimiranza e capacità nel perseguire un risultato significativo nel campo del disarmo e del diritto umanitario internazionale. Il mio auspicio e incoraggiamento è che si continui con sempre maggior vigore su questa strada, per la difesa della dignità e della vita umana, per la promozione dello sviluppo umano integrale, per lo stabilimento di un ordine internazionale pacifico e per la realizzazione del bene comune di tutte le persone e di tutti i popoli.

[Saluti in varie lingue: I am very pleased to greet all the English-speaking pilgrims present, especially those of you who have come from Canada and Australia. In the Gospel of today’s Mass, our Lord teaches us to store up treasure for ourselves, not on earth, but in heaven. By God’s grace, then, let us seek to grow in faith and good works. In this sense, I willingly invoke upon all of you God’s abundant blessings! - Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española que han participado en el rezo del Ángelus. La liturgia de hoy nos invita a moderar nuestro afán por los bienes materiales, que no son todo en la vida, sabiendo administrarlos bien y compartirlos, de manera que produzcan bienes más altos y duraderos. Pidamos a María que nos enseñe a seguir con gozo a Jesús con un corazón sencillo. Feliz domingo.]

[Do il mio cordiale benvenuto a tutti i Polacchi. La vita quotidiana ci insegna che tutto passa in questo mondo. Ce lo ricorda la Liturgia della parola della Messa odierna. Ci mostra che la vita dell’uomo non dipende dai suoi averi e che i beni terreni non sono lo scopo, ma un mezzo nella via verso l’eternità. Apriamo allora i nostri cuori alle necessità dei fratelli, diventando ricchi davanti Dio. Vi benedico di cuore.]

Un cordiale saluto rivolgo, infine, ai pellegrini italiani, in particolare alle Suore dell’Immacolata, che stanno celebrando in questi giorni il loro Capitolo Generale, ai fedeli di Moncalieri e di San Nicandro Garganico. Grazie per la vostra presenza. A tutti buona domenica!

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

domenica 1 agosto 2010

Video Vangelo: XVIII Ordinario (C)

Cercate le cose di lassù


XVIII domenica tempo ordinario


“Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo... pensate alle cose di lassù e non a quelle della terra”. Riflettendo su queste parole di San Paolo ai Colossesi (seconda lettura), di colpo, all’improvviso, come in un lampo, mi sono detta tra me e me: ma allora è tutto chiaro: se NON cerchiamo le cose di lassù, è che non siamo risorti, non siamo dove si trova Cristo. E se non siamo risorti, e non siamo dove si trova Cristo, c’è poco da fare, non possiamo che essere ancora nei nostri sepolcri! Imbiancati o anneriti che siano, non cambia niente: sempre sepolcri sono. E noi siamo come dei sepolti vivi, prigionieri delle cose della terra. Sempre curvi, con l’artrosi dell’anima che ci impedisce di raddrizzarci, di guardare in alto e di desiderare le cose di lassù, attaccati e attirati come siamo da queste di quaggiù!

• 1) Bruchi o farfalle?

E pensare che grazie alla nostra natura spirituale, saremmo chiamati a diventare come stupende farfalle e volare liberi nei cieli infiniti dello spirito, ma a causa dei nostri attaccamenti infiniti a cose finite, fasulle e traditrici, ci condanniamo da soli, a rimanere dei poveri bruchi che strisciano miseramente per terra, e non ci spuntano mai quelle ali che ci trasformerebbero in splendide farfalle libere di volare nel cielo, e sfuggire così alla schiavitù e alla forza di gravità degli attaccamenti terrestri.
Dobbiamo abbandonare l’uomo vecchio, terrestre, che striscia cibandosi di terra e fango, e rivestire quello nuovo, spirituale, libero di volare ed elevarsi nel cielo. E così saremo trasformati “di gloria in gloria” e saremo creature nuove, liberate dalle pesantezze della carne, e conformate all’immagine gloriosa del nostro Signore e Salvatore.

• 2) Festa della luce

Il tema della gloria ci introduce alla bellissima festa della Trasfigurazione che si celebrerà venerdì. La si potrebbe chiamare la festa della luce (i nostri fratelli d’Oriente insistono molto sulla teologia della luce). Luce increata e divina che folgorò i tre discepoli prescelti, e mostrò loro Gesù splendente come il Sole. E Pietro, Giacomo e Giovanni, con occhi trasformati dallo Spirito, “contemplarono l’invisibile e compresero l’incomprensibile”.
Gesù nella Trasfigurazione ha voluto lasciar intravedere chi veramente era: non mostrò di colpo una luce che prima non aveva, ma rese visibile quella luce che la sua natura umana nascondeva, e che procedeva dalla sua divinità.
“Quando Cristo si trasfigurò, non si appropriò di ciò che non era, né si trasformò in ciò che non era, ma svelò quello che era, ai suoi discepoli, aprendo i loro occhi: da ciechi li rese vedenti”. (San Giovanni Damasceno)

• 3) Abitati dalla gloria

La trasfigurazione di Gesù preannuncia il regno futuro e ci rivela il nostro destino eterno. Infatti anche noi siamo chiamati ad essere abitati dalla gloria: la grazia non è altro che il germe della gloria, e alla fine dei tempi, addirittura il nostro corpo, sarà un corpo glorioso. E faremo l’esperienza della luce che non conosce tramonto.
Quando le prove della vita, rendono difficile il nostro cammino, sentiamo il bisogno di percepire questo straordinario destino di gloria che ci aspetta, e Gesù trasfigurandosi, ha voluto mostrarcene un piccolo anticipo per rincuorarci e incoraggiarci a riprendere il cammino, anche se la salita, a volte, si fa dura. Forza e coraggio e sempre avanti: al traguardo ci attende un oceano di infinito amore, di inesauribile bellezza e di intramontabile luce.